Ci sono dischi che sembrano nati per intrattenere. Altri, per accompagnare. Poi ci sono quelli come Realism, l’album firmato da Joe Morris e Elliott Sharp, che nascono per scardinare la percezione stessa dell’ascolto.
Un disco che non si limita a essere suonato: si svela, si trasforma, ti sfida. E alla fine, se hai avuto la pazienza di seguirlo fino in fondo, ti cambia.
Registrato a Brooklyn nel luglio 2023 ma uscito solo nel maggio 2025 per la leggendaria etichetta ESP-Disk’, Realism non è un semplice incontro tra due maestri della chitarra d’avanguardia. È una specie di laboratorio sonoro a cielo aperto, una conversazione tra due menti inquiete, libere, in continua esplorazione.
Joe Morris ed Elliott Sharp sono due personalità forti, ciascuno con un proprio universo espressivo. Morris è il maestro della densità, dell’incastro, del fraseggio sfuggente. La sua chitarra è spesso percussiva, scarna, intensa, più vicina al gesto che al canto. Sharp, invece, è un esploratore di suoni urbani, elettronici, rumoristici, ma con le radici ben piantate nel blues e nel minimalismo newyorkese.
Eppure, quando suonano insieme, le loro differenze si annullano e si potenziano. Nessuno guida, nessuno accompagna. Le loro chitarre si intrecciano, si urtano, si rincorrono. A volte sembrano lottare, altre volte danzare, ma sempre con una logica interiore, un’attenzione assoluta l’uno per l’altro.
Una delle idee più affascinanti di Realism è quella di presentare ogni brano in tre versioni: una versione “pulita”, acustica; una trattata elettronicamente (Sharp è noto per l’uso creativo degli effetti e della computer music); e infine una versione “combinata”, che unisce e rimescola le due fonti.
È un modo ingegnoso per farci entrare nel processo creativo, per mostrarci le diverse stratificazioni di un gesto sonoro. Come se ci fosse detto: ecco il suono nudo, ecco cosa succede quando lo deformiamo, e infine ecco il mostro nuovo che nasce dall’unione dei due. E noi, da ascoltatori, ci troviamo dentro questa metamorfosi, travolti e affascinati.
Realism non si presta a un ascolto “facile”. Non ci sono brani in 4/4, temi da fischiettare, groove che ti fanno battere il piede. Quello che c’è, invece, è una concentrazione feroce sulla materia sonora: corde che vibrano, rumori che si allungano, echi, armonici, distorsioni, silenzi densi come cemento.
Eppure, c’è una forma di bellezza profonda e sottile in tutto questo. Prendiamo “Shapes Mentioned”, uno dei brani più coinvolgenti: sembra il paesaggio sonoro di un pianeta sconosciuto. Le note arrivano come meteoriti, frammenti dissonanti che si organizzano secondo una grammatica tutta loro. Oppure “Soft Version”, che inizia con un lungo drone e si apre lentamente, come un sipario su una scena che non capisci subito ma che ti ipnotizza.
In ogni traccia, si ha la sensazione che qualcosa stia accadendo davanti ai tuoi occhi, o meglio, dentro le tue orecchie: non una composizione finita, ma una creazione in atto.
Il titolo dell’album, Realism, sembra una provocazione. Perché niente, a un primo ascolto, sembra realistico in questa musica. È tutto scomposto, sfalsato, alieno. Ma forse il senso sta proprio lì: nel rifiuto della rappresentazione patinata, nella ricerca di una verità più profonda, fatta di tensioni, di dettagli minimi, di vibrazioni vere.
Come nei quadri dei realisti più radicali, non si tratta di imitare la realtà, ma di rivelarne gli strati nascosti, le crepe, le asimmetrie. E in questo senso, la musica di Morris e Sharp è quanto di più realistico ci possa essere oggi: perché non consola, non abbellisce, ma dice la verità. Una verità difficile, ma necessaria.
Ascoltare Realism richiede tempo, apertura, curiosità. Ma soprattutto richiede fiducia. Fiducia nel fatto che, anche se non stai capendo razionalmente, qualcosa dentro di te sta risuonando. Forse è proprio questa la forza del disco: non ti prende per la mano, ti ci butta dentro. E sta a te decidere se restare o scappare.
Ma se resti, scoprirai qualcosa di raro: due musicisti che hanno fatto del rischio la loro lingua madre, che non cercano di piacere ma di dire. E in un’epoca dove tutto deve essere immediato, seducente, confezionato, questa è una forma di resistenza.
Realism non è un album per tutti. Ma è un album necessario. È jazz, sì, ma anche noise, musica concreta, poesia sonora. È un’esperienza più che un prodotto, una testimonianza viva di cosa può essere la musica quando viene spogliata da ogni funzione e ridotta alla sua essenza più pura: comunicare.
Joe Morris ed Elliott Sharp non cercano l’applauso. Cercano la verità. E la loro verità — scura, tagliente, astratta — è una delle più potenti che il jazz contemporaneo ci abbia regalato negli ultimi anni.

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