I vent’anni della Casa del jazz

Vent’anni non sono pochi per un’istituzione culturale. Sono abbastanza per fare bilanci, per riconoscere i traguardi, per domandarsi cosa rappresenti davvero, oggi, un luogo come la Casa del Jazz. 

In un paese dove la cultura spesso fatica a trovare casa, la Casa del Jazz non è solo un edificio o un palcoscenico: è un’idea, una visione, un punto d’incontro dove il jazz si racconta, si insegna, si ascolta, si trasmette.

Era il 2005 quando, nella zona dell’Aventino, apriva le porte un nuovo spazio dedicato interamente alla musica afroamericana e alle sue evoluzioni. Un evento quasi rivoluzionario, se si considera che in Italia — con la sua grande tradizione lirica e sinfonica — il jazz ha sempre vissuto ai margini, in club sotterranei, festival stagionali e nell’ombra delle istituzioni ufficiali.

La Casa del Jazz venne inaugurata come progetto culturale e civile: non solo per dare spazio alla musica, ma anche per restituire un bene confiscato alla criminalità organizzata — la villa appartenuta al boss Enrico Nicoletti — alla collettività. Un gesto forte, simbolico: da luogo di potere occulto a fucina aperta del suono e del pensiero.

In questi vent’anni, la Casa del Jazz ha costruito una presenza continua e riconoscibile. Non è diventata un museo, né una roccaforte per soli addetti ai lavori. È, al contrario, un laboratorio vivo: ospita concerti, residenze, progetti speciali, incontri, seminari, oltre a un archivio audio-video che custodisce migliaia di registrazioni dal vivo.

Qui si sono esibiti i grandi nomi internazionali — da Brad Mehldau a Dave Holland, da Charles Lloyd a Pat Metheny — ma soprattutto è stata data voce al jazz italiano, troppo spesso dimenticato o relegato alle retrovie.

Artisti come Paolo Fresu, Enrico Rava, Rita Marcotulli, Franco D’Andrea, Giovanni Guidi, Stefano Bollani hanno trovato nella Casa del Jazz uno spazio stabile, riconosciuto, dialogico. Uno spazio che non chiede di semplificare, ma di osare.

Chi ha frequentato la Casa del Jazz lo sa: non è solo una sala da concerti. È un parco aperto, un giardino che suona, un luogo dove d’estate si ascolta musica sotto le stelle e d’inverno si partecipa a incontri e rassegne in un’atmosfera raccolta e autentica.

È uno di quei rari spazi in cui il tempo sembra dilatarsi, lontano dalla frenesia della città. Una dimensione quasi "altra", dove la musica può prendersi i suoi tempi, i suoi silenzi, le sue improvvisazioni.

E intanto, nel corso degli anni, la Casa ha saputo cambiare con il jazz, accompagnando le nuove generazioni, aprendosi all’improvvisazione radicale, all’elettronica, alle contaminazioni globali. Non si è mai chiusa nella nostalgia: ha sempre guardato avanti, come fanno i veri jazzisti.

Per festeggiare i suoi vent’anni, la Casa del Jazz ha organizzato una stagione speciale, che si svolge lungo tutto il 2025, con concerti celebrativi, incontri con i protagonisti della sua storia, produzioni originali e nuove collaborazioni con i festival e le istituzioni italiane e internazionali.

Ma più che una celebrazione, questo compleanno è un’occasione per riflettere sul ruolo del jazz oggi, in Italia e nel mondo. Perché, nel bene e nel male, il jazz è ancora una musica in cerca di spazio: troppo raffinata per il mainstream, troppo libera per le etichette, troppo viva per essere “catalogata”.

E la Casa del Jazz, in questi vent’anni, ha dimostrato che uno spazio per il jazz è possibile, se lo si immagina come parte di un progetto più grande: un progetto culturale, sociale, educativo.

In un paese dove le “case della cultura” spesso rischiano di restare vuote, questa casa — così apparentemente silenziosa, immersa nel verde, lontana dal clamore mediatico — non ha mai smesso di parlare. Con la musica, con i progetti, con il suo modo sobrio ma tenace di esserci.

Vent’anni dopo, la Casa del Jazz non è solo una casa per i musicisti. È anche una casa per gli ascoltatori curiosi, per i giovani che vogliono imparare, per chi cerca nella musica qualcosa che vada oltre l’intrattenimento.

Una casa che non alza muri ma apre finestre, e che continuerà a farlo finché ci sarà qualcuno disposto a entrare, sedersi, ascoltare.




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