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Addio a Akiko Tsuruga, la voce dell’organo jazz che ha unito due mondi

woodleywonderworks, CC BY 2.0

Il 13 settembre 2025 si è spenta a Brooklyn, all’età di 58 anni, Akiko Tsuruga-Magnarelli, una delle organiste più rappresentative della scena jazz contemporanea. La sua morte, dovuta a una malattia improvvisa, ha scosso l’ambiente musicale internazionale, privandolo di una figura che coniugava tradizione e modernità in modo unico.

Nata a Osaka il 1° settembre 1967, Akiko iniziò a suonare l’organo quando aveva appena tre anni. La Yamaha Music School le offrì le prime basi, ma il suo talento andava oltre la tecnica: fin da bambina mostrava una sensibilità fuori dal comune verso il fraseggio, il ritmo e le atmosfere musicali. Dopo gli studi al Osaka College of Music, scelse di dare una svolta alla sua vita artistica trasferendosi a New York nel 2001, accettando l’invito del batterista Grady Tate.

Fu lì che conobbe Dr. Lonnie Smith, uno dei grandi maestri dell’organo Hammond. L’incontro si rivelò decisivo: sotto la sua influenza, Akiko affinò uno stile che sarebbe diventato il suo marchio distintivo. Il suo suono era caldo, incisivo, intriso di soul e swing, ma sempre elegante. Non era semplice emulare i giganti dell’organo jazz — da Jimmy Smith a Jack McDuff — senza cadere nella ripetizione. Akiko ci riuscì, aggiungendo una voce personale, capace di raccontare il presente senza tradire le radici.

Per oltre 15 anni collaborò con il sassofonista Lou Donaldson, portando avanti un dialogo musicale che la fece conoscere e apprezzare in tutto il mondo. Suonò anche con Frank Wess, Jimmy Cobb, Houston Person, e tanti altri nomi leggendari. Ogni volta il suo organo sapeva inserirsi come protagonista, senza mai oscurare i compagni di palco.

In Memoria di Hermeto Pascoal

Thalita chargel, CC BY 2.0

Il mondo della musica ha perso uno dei suoi più grandi visionari. 

All'età di 89 anni, si è spento Hermeto Pascoal, il leggendario compositore, arrangiatore e multi-strumentista brasiliano che ha rivoluzionato il panorama musicale mondiale con la sua genialità senza confini.

Nato ad Alagoas nel 1936, Hermeto Pascoal è stato molto più di un musicista: è stato un alchimista del suono, capace di trasformare qualsiasi oggetto in uno strumento musicale. La sua filosofia era semplice quanto rivoluzionaria: tutto ciò che produce suono può diventare musica. Dalle pentole della cucina agli animali, dalla natura ai rumori urbani, Hermeto aveva il dono di trovare melodie ovunque.

Soprannominato "il bruxo" (il mago) per la sua capacità apparentemente magica di creare musica da tutto, Pascoal ha sfidato ogni convenzione musicale. La sua carriera, durata oltre sessant'anni, è stata un viaggio continuo alla scoperta di nuove sonorità e possibilità espressive. Non si è mai limitato a un genere: jazz, musica popolare brasiliana, rock, musica classica e sperimentale si fondevano nelle sue composizioni in modo naturale e innovativo.

Miles Davis lo definì "il musicista più impressionante del mondo", un riconoscimento che testimonia l'impatto internazionale del suo lavoro. Hermeto non si accontentava di suonare la musica: la viveva, la respirava, la creava istante per istante. Le sue performance erano esperienze totali, dove il pubblico veniva trasportato in dimensioni sonore inesplorate.

La sua capacità di improvvisazione era leggendaria. Poteva prendere una data a caso dal calendario e creare una composizione completa, trasformando numeri e parole in note e ritmi. Questa pratica, che chiamava "música da astrologia," dimostrava come per lui la musica fosse presente in ogni aspetto della vita.

Il contributo di Hermeto Pascoal alla musica mondiale è immenso. Ha influenzato generazioni di musicisti, non solo in Brasile ma in tutto il mondo. I suoi album sono considerati pietre miliari della musica strumentale, e la sua band, insieme alla "Nave Mãe" degli ultimi anni, ha sempre rappresentato l'eccellenza dell'improvvisazione e della sperimentazione musicale.

Richard Davis, il virtuoso del contrabbasso, si è spento a 93 anni

Brianmcmillen
CC BY-SA 4.0

Il mondo della musica piange la scomparsa di Richard Davis, straordinario contrabbassista celebre per l’abilità tecnica, la versatilità e l’eclettismo, spentosi a 93 anni il 6 settembre a Madison, Wisconsin. 

La dolorosa notizia è stata confermata dalla figlia Persia, che ha anche aperto una pagina commemorativa in suo onore

Nato a Chicago nel 1930, Richard Davis ha attraversato quasi un secolo di musica con il contrabbasso tra le braccia, trasformandolo da semplice strumento ritmico in un linguaggio poetico, capace di parlare a più mondi contemporaneamente. 

La sua avventura musicale iniziò presto, tra le orchestre scolastiche della celebre DuSable High School, fucina di talenti del jazz di Chicago. Dopo gli studi classici, Davis si immerse rapidamente nella scena jazzistica degli anni Cinquanta, diventando un sideman richiesto per la sua capacità di unire solidità ritmica e immaginazione melodica.

Il suo percorso lo portò ad accompagnare Sarah Vaughan per molti anni, affiancandola con una sensibilità unica. Con Eric Dolphy incise album storici come Out to Lunch! e Iron Man, contribuendo a spingere il contrabbasso dentro territori sperimentali e avanguardistici. Suonò al fianco di Booker Ervin, Andrew Hill e Jaki Byard, figure chiave del jazz moderno, lasciando il segno in dischi che ancora oggi sono considerati pietre miliari. Con Elvin Jones e Roland Kirk trovò terreno fertile per esplorazioni ritmiche e timbriche che esaltavano la sua energia creativa.

Negli anni Sessanta e Settanta, Davis divenne uno dei contrabbassisti più registrati della sua epoca: collaborò con Miles Davis (pur non essendo parente), con Dexter Gordon, con Archie Shepp e con Thad Jones/Mel Lewis Orchestra, dimostrando una versatilità rara. Si muoveva con disinvoltura tra mainstream e avanguardia, senza mai smarrire la sua voce personale.

Stefano Benni e il Jazz: L'addio al "Lupo" che scriveva a ritmo di blues

Claude Truong-Ngoc
CC BY-SA 3.0

Bologna piange la scomparsa di Stefano Benni, il "Lupo" della letteratura italiana che ieri ha concluso il suo viaggio terreno all'età di 78 anni, dopo una lunga battaglia contro la malattia. 

Con lui se ne va non solo l'autore di capolavori come "Bar Sport", "Terra!" e "La compagnia dei Celestini", ma anche un appassionato cultore del jazz che ha saputo trasferire nelle sue pagine il ritmo sincopato e l'improvvisazione tipica di questo genere musicale.

La relazione di Benni con il jazz non era un semplice hobby, ma rappresentava una vera e propria filosofia creativa che permeava la sua scrittura. Come osservato da molti critici, nelle opere dello scrittore bolognese la musicalità è sempre stata presente: nel ritmo incalzante della prosa, nei dialoghi che si rincorrono come assoli improvvisati, nei giochi di parole che ricordano le variazioni jazzistiche su un tema.

La sua penna oscillava costantemente tra letteratura e palcoscenico, creando una forma di "scrittura jazz" dove il fantastico si mescolava al comico in un elastico continuum espressivo. I suoi personaggi dialogavano con la stessa spontaneità con cui i musicisti si alternano in una jam session, creando quella dimensione surreale ma profondamente umana che caratterizzava tutti i suoi lavori.

Uno dei progetti più significativi che testimonia il profondo legame di Benni con il jazz è stato "Misterioso. Viaggio nel silenzio di Thelonious Monk", realizzato in collaborazione con il pianista jazz Umberto Petrin. Quest'opera rappresentava una riflessione sull'enigmatico talento di uno dei pianisti più innovativi e geniali della storia del jazz, unendo la prosa evocativa di Benni alle interpretazioni musicali di Petrin.

Il rapporto tra i due artisti è nato nell'ambito del Festival Internazionale Jazz di Roccella Jonica "Rumori mediterranei", dove Benni ricopriva il ruolo di consulente artistico. Questo sodalizio ha dato vita a numerose performance dal vivo, dove la parola scritta si fondeva con l'improvvisazione musicale, creando un'esperienza artistica totale che trascendeva i confini tradizionali tra letteratura e musica.

La sensibilità musicale di Benni emerge chiaramente anche in opere come "Blues in sedici. Ballata per la città dolente", dove il consueto stile tragicomico dello scrittore cede il passo a un tono più drammatico e dolente, appunto blues. Questo testo, concepito come un vero e proprio poema in versi, era stato pensato dall'autore fin dall'inizio per essere rappresentato dal vivo con accompagnamento musicale, e dopo la pubblicazione è stato portato in scena in numerose letture teatrali in tutta Italia.

La scomparsa di Bjørn Kjellemyr: Un gigante del jazz norvegese

Bjørn Kjellemyr ©
Vidar Ruud/NTB

Il 9 agosto 2025 si è spento all'età di 74 anni Bjørn Kjellemyr, uno dei contrabbassisti più influenti e rispettati della scena jazz norvegese e internazionale. 

La sua morte rappresenta una perdita incommensurabile per il mondo del jazz, specialmente per quella corrente nordica che ha saputo conquistare un pubblico globale attraverso l'etichetta ECM Records.

Nato a Bamble, nella regione del Telemark, nel 1950, Kjellemyr si è formato all'Accademia Norvegese di Musica di Oslo, istituzione presso la quale sarebbe tornato anni dopo come professore associato nel dipartimento di jazz e musica improvvisata. Questa doppia veste di musicista ed educatore testimonia il suo impegno costante nel tramandare la tradizione jazzistica alle nuove generazioni.

La sua carriera professionale ha preso il via tra il 1978 e il 1980, quando ha suonato con la Bergen Philharmonic Orchestra, il Søbstad/Arnesen Quartet e il Dag Arnesen Trio and Sextet. Già in questi primi anni si delineava quella versatilità che avrebbe caratterizzato tutto il suo percorso artistico, capace di muoversi con uguale maestria tra il jazz puro e le contaminazioni con la musica classica e contemporanea.

Una delle collaborazioni più significative e durature di Kjellemyr è stata quella con il chitarrista Terje Rypdal. È stato un collaboratore di lunga data del chitarrista Terje Rypdal, in particolare come parte di Terje Rypdal & The Chasers. Questa formazione ha prodotto alcuni degli album più memorabili dell'etichetta ECM, inclusi "Chaser" del 1985 e "Blue" del 1986.

Il trio Rypdal-Kjellemyr-Kleive (con Audun Kleive alla batteria) rappresentava un perfetto equilibrio sonoro: "Il suo suono è uno dei più originali e immediatamente riconoscibili del pianeta", come scrisse Guitar Player magazine riferendosi a Rypdal, ma questo suono caratteristico si fondava anche sulla solidità ritmica e l'inventiva melodica di Kjellemyr al contrabbasso.

Addio a Gianni Bergamelli: Il pittore che dipingeva a ritmo di jazz

Con la scomparsa di Gianni Bergamelli, a 95 anni, il mondo dell'arte e della musica perde una figura unica nel panorama culturale italiano. 

Nato a Nembro il 26 luglio 1930, Bergamelli ha incarnato per oltre sei decenni un raro esempio di sintesi artistica, dove pittura e jazz si sono fusi in un linguaggio espressivo del tutto personale.

Gianni Bergamelli aveva coniato un motto che riassumeva perfettamente la sua filosofia di vita: "Che bel campà, sunà e piturà" (Che bello vivere, suonare e dipingere). In queste parole bergamasche si racchiudeva l'essenza di un artista che non ha mai voluto scegliere tra le sue due passioni, ma le ha intrecciate in modo indissolubile.

Cresciuto artisticamente nel mondo della musica jazz, Bergamelli si è esibito come pianista e compositore, portando la sua musica non solo nelle principali città italiane, ma anche all'estero, in Svezia. La sua formazione musicale, tuttavia, non è rimasta confinata alle sale da concerto: è diventata linfa vitale per la sua pittura.

"Sono un pittore che sa suonare", amava definirsi Bergamelli, e questa definizione catturava perfettamente la sua identità artistica. Le sue opere pittoriche, realizzate con tecniche sperimentali, nascevano spesso dall'improvvisazione tipica del jazz, trasformando ritmi e melodie in colori e forme.

La connessione tra la sua arte visiva e quella musicale non era solo concettuale, ma profondamente viscerale. I suoi ritratti e le sue composizioni astratte sembravano vibrare della stessa energia spontanea che caratterizzava le sue performance al pianoforte. Come nel jazz, ogni pennellata era un'improvvisazione guidata dall'istinto e dall'esperienza.

Il legame di Bergamelli con il jazz trova una delle sue espressioni più significative nel suo ruolo di promotore del Festival Jazz del Teatro Donizetti di Bergamo. La sua visione artistica ha contribuito a creare un ponte tra le diverse forme espressive, dimostrando come musica e pittura potessero dialogare e arricchirsi reciprocamente.

In Memoriam: Sheila Jordan (1928-2025)

Ed Ianni c/o JazzChick
CC BY-SA 2.0

Con la scomparsa di Sheila Jordan, avvenuta ieri, il mondo del jazz perde una delle sue voci più autentiche e rivoluzionarie. A 96 anni, la cantante statunitense si è spenta portando con sé quasi un secolo di storia musicale vissuta in prima persona, dalle jam session bebop degli anni Quaranta alle innovative sperimentazioni vocali del nuovo millennio.

Sheila Jeanette Dawson, questo il suo nome all'anagrafe, nacque a Detroit il 18 novembre 1928 in un'epoca in cui il jazz stava attraversando una delle sue metamorfosi più significative. Cresciuta negli anni del bebop, Jordan non fu solo testimone di quella rivoluzione musicale, ma ne divenne una delle interpreti più audaci e personali.

Charlie Parker, il genio dell'alto sassofono e padre del bebop, aveva soprannominato Jordan "la cantante con le orecchie da un milione di dollari", un riconoscimento che racchiudeva l'eccezionale capacità di ascolto e improvvisazione che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera. Questo endorsement del leggendario "Bird" non era casuale: Jordan possedeva quella rara qualità di saper tradurre in voce umana la complessità armonica e ritmica del bebop, rendendola accessibile senza mai banalizzarla.

Una delle caratteristiche più distintive di Sheila Jordan fu la sua capacità di creare magia musicale con mezzi minimi. Pioniera di uno stile che vedeva la voce accompagnata dal solo contrabbasso, Jordan dimostrò che l'essenza del jazz non risiedeva nell'orchestrazione sontuosa, ma nella comunicazione diretta tra musicisti e nella libertà di improvvisazione. Questo approccio minimalista, che oggi potremmo definire "acustico", era in realtà una scelta artistica coraggiosa che metteva a nudo ogni sfumatura interpretativa.

I suoi duetti con contrabbassisti di fama mondiale come Steve Swallow, Harvie Swartz e Cameron Brown sono diventati pietre miliari del jazz vocale. In questi dialoghi intimi, Jordan sviluppò una tecnica di scat singing che andava oltre la mera virtuosità tecnica per diventare vera e propria conversazione musicale, dove ogni nota aveva il peso di una parola e ogni silenzio il valore di un pensiero.

Il 1962 segnò una svolta definitiva nella carriera di Jordan con la pubblicazione di "Portrait of Sheila" per la prestigiosa Blue Note Records. Questo debutto discografico, registrato quando la cantante aveva già 34 anni, rappresentò una delle più perfette sintesi tra tradizione e innovazione nel jazz vocale. L'album, che includeva reinterpretazioni audaci di standard come "Dat Dere" e "The Way You Look Tonight", mostrava una Jordan matura, consapevole delle proprie capacità e pronta a ridefinire i canoni del canto jazz.

Eddie Palmieri: un ricordo del maestro che ha rivoluzionato la Salsa

Jens Vajen
CC BY-SA 4.0

Il mondo ha perso uno dei suoi più grandi innovatori musicali. Eddie Palmieri, il leggendario pianista, compositore e direttore d'orchestra che ha trasformato per sempre il paesaggio della musica afrolatina, ci ha lasciati all'età di 88 anni, portando con sé un'eredità musicale che continuerà a risuonare attraverso le generazioni.

Eddie Palmieri non era semplicemente un musicista: era un alchimista del suono, capace di trasformare le tradizioni musicali cubane, portoricane e jazz in qualcosa di completamente nuovo e rivoluzionario. 

Nato da una famiglia portoricana nel cuore pulsante di New York, Palmieri ha saputo catturare l'essenza del barrio e trasformarla in arte universale.

Le sue mani sulla tastiera non seguivano semplicemente le melodie: le creavano, le decostruivano, le reinventavano. Ogni sua performance era un dialogo intimo tra tradizione e innovazione, dove i ritmi afrocubani si fondevano con le armonie jazzistiche creando quello che oggi riconosciamo come il sound salsero moderno.

Quello che rendeva Palmieri unico era la sua capacità visionaria di vedere oltre i confini dei generi musicali. Quando molti musicisti si attenevano rigorosamente alle tradizioni, Eddie osava sperimentare. La sua orchestra La Perfecta, fondata negli anni '60, divenne il laboratorio perfetto per le sue esplorazioni sonore, introducendo strumenti inusuali come il trombón nel tejido salsero e creando arrangiamenti che sfidavano le convenzioni.

Non si limitava a suonare la salsa: la ridefiniva costantemente. Album come "Sentido" e "The Sun of Latin Music" non erano semplici raccolte di canzoni, ma manifesti artistici che dichiaravano una nuova era per la musica latina. Ogni disco era un capitolo della sua continua ricerca di nuove forme espressive, una testimonianza della sua instancabile curiosità musicale.

Addio a Chuck Mangione

John Mathew Smith
CC BY‑SA 2.0

Il mondo del jazz piange la scomparsa di Chuck Mangione, il leggendario flicornista e compositore americano che è morto pacificamente nel sonno nella sua casa di Rochester, New York, il 22 luglio 2025, all'età di 84 anni.

Charles Frank Mangione, nato a Rochester il 29 novembre 1940 da genitori siciliani, ha trasformato il flicorno da strumento di nicchia a simbolo del jazz melodico contemporaneo. La sua musica, caratterizzata da melodie avvolgenti e arrangiamenti sofisticati, ha saputo costruire ponti tra il jazz tradizionale e il grande pubblico, creando un sound inconfondibile che ha definito un'epoca.

Il suo brano più celebre, "Feels So Good" del 1977, non è stato solo un successo commerciale straordinario, ma è diventato un vero e proprio inno generazionale. Quella melodia dolce e malinconica, suonata con il suo caratteristico flicorno, ha accompagnato momenti di vita di milioni di persone in tutto il mondo, diventando colonna sonora di un'America che sognava e che credeva nella bellezza della musica.

La carriera di Mangione ha attraversato sei decenni di evoluzione musicale. Dai primi passi negli anni '60 con il fratello Gap nel quintetto The Jazz Brothers, fino alla maturità artistica degli anni '70 e '80, Chuck ha sempre mantenuto una coerenza stilistica che lo ha reso immediatamente riconoscibile. Le sue composizioni, spesso strumentali, hanno dimostrato che la musica può comunicare emozioni profonde senza bisogno di parole.

Non è stato solo un interprete, ma un vero compositore, capace di creare atmosfere uniche che mescolavano jazz, pop e influenze classiche. I suoi concerti erano eventi memorabili, dove la spontaneità del jazz si fondeva con la precisione di arrangiamenti elaborati, sempre al servizio della melodia.

Le radici siciliane di Chuck Mangione non sono mai state un dettaglio biografico marginale. La madre, originaria di Serradifalco, e il padre siciliano hanno trasmesso al musicista quella sensibilità melodica mediterranea che si ritrova in molte delle sue composizioni. C'è qualcosa di profondamente italiano nella sua musica: la capacità di trasformare la tecnica in emozione, di rendere complesso ciò che appare semplice.

Addio a Feya Faku, voce poetica del jazz sudafricano

(Foto tratta da Facebook)

La notizia della morte di Feya Faku ha scosso profondamente la comunità jazzistica internazionale. 

Nato a New Brighton, sobborgo di Port Elizabeth, nel 1962, Faku è stato per decenni uno dei musicisti più rispettati e amati del panorama jazzistico sudafricano e non solo. 

La sua tromba ha saputo intrecciare lirismo e denuncia, spiritualità e memoria, facendo da ponte tra la tradizione musicale Xhosa e il linguaggio universale del jazz.

Faku ha iniziato a suonare in un’epoca segnata dall’apartheid, formandosi musicalmente al leggendario Dorkay House di Johannesburg e all'Università di Natal, sotto la guida di figure cruciali come Darius Brubeck. La sua carriera è decollata negli anni ’90, quando è diventato uno dei musicisti più richiesti da bandleader sudafricani come Bheki Mseleku, Abdullah Ibrahim e Zim Ngqawana, ma anche da artisti internazionali che riconoscevano in lui una voce autentica, capace di raccontare l’anima profonda del continente africano.

La tromba e il flicorno di Faku avevano un suono inconfondibile: caldo, meditativo, spesso intriso di malinconia ma mai privo di speranza. La sua musica si radicava nel jazz modale, ma era sempre attraversata da echi di canti popolari, inni spirituali, melodie tradizionali sudafricane. Nei suoi dischi da leader – tra cui Homage (1999), Le Ngoma (2005), The Spirit of Song (2012), solo per citarne alcuni – Faku ha saputo dare vita a un linguaggio elegante e profondo, che parlava tanto al cuore quanto alla mente.

È morto il compositore Lalo Schifrin

La scomparsa di Lalo Schifrin, avvenuta il 26 giugno 2025 all’età di 93 anni, segna la fine di un’epoca per la musica da film e, allo stesso tempo, per una certa idea di jazz: colta, raffinata, contaminata. Schifrin non è stato solo l’uomo dietro a colonne sonore iconiche come Mission: Impossible o Dirty Harry, ma anche un musicista dalla formazione ampia, capace di far convivere Duke Ellington e Johann Sebastian Bach, il bebop di Dizzy Gillespie e la tensione narrativa del grande schermo.

Nato a Buenos Aires nel 1932, Boris Claudio “Lalo” Schifrin cresce circondato dalla musica. Suo padre è primo violino nell’orchestra del Teatro Colón, ma Lalo guarda subito oltre la musica classica. 

A Parigi, dove studia al conservatorio, entra in contatto con i nuovi linguaggi della musica colta europea, ma soprattutto si lascia travolgere dal jazz, che in quel momento sta vivendo una delle sue stagioni più fertili. Inizia così il suo percorso di ibridazione: jazz, armonia classica, ritmi sudamericani, orchestrazione hollywoodiana. Un crogiolo che lo renderà unico.

Il punto di svolta arriva quando Dizzy Gillespie lo invita a suonare e scrivere per la sua band. Schifrin entra nel cuore del jazz americano degli anni Sessanta, firmando arrangiamenti sofisticati e suite ambiziose come Gillespiana. La sua scrittura non si limita ai soli o agli standard: è sinfonica, ricca di contrappunti, a tratti cinematografica. Non a caso, Hollywood comincia a bussare alla sua porta.

Addio a Louis Moholo-Moholo

Il mondo del jazz sudafricano ha perso uno dei suoi più grandi pionieri. Louis Tebogo Moholo-Moholo, batterista di fama internazionale e ultimo membro sopravvissuto del sestetto Blue Notes, è morto all'età di 85 anni.

Il portavoce della famiglia, il signor Phila Mtwana, ha confermato la morte del leggendario musicista, affermando: "È morto questa mattina nel sonno a casa". Moholo-Moholo era uno dei membri fondatori dei Blue Notes, insieme al pianista Chris McGregor, al trombettista Mongezi Feza, al bassista Johnny Dyani e ai sassofonisti Dudu Pukwana e Nikele Moyake.

Nata il 10 marzo 1940 a Città del Capo, la carriera musicale di Moholo-Moholo iniziò nelle township del Sudafrica dell'apartheid. Nel 1964, di fronte alla crescente oppressione razziale che limitava la loro possibilità di esibirsi insieme come gruppo meticcio, i Blue Notes lasciarono il Sudafrica per esibirsi all'Antibes Jazz Festival in Francia. Quello che inizialmente era stato pianificato come un esilio temporaneo divenne un esilio permanente con l'aggravarsi della morsa dell'apartheid in patria.

Dopo essersi stabilito a Londra, il leggendario batterista divenne una figura centrale nella scena jazz d'avanguardia europea. Il suo stile di batteria, che fondeva ritmi tradizionali africani con la sperimentazione del free jazz, lo rese un collaboratore ricercato.

Addio al batterista Al Foster

By Schorle - Own work
CC BY-SA 4.0
Il mondo del jazz ha perso una delle sue voci più essenziali. Al Foster, batterista riconosciuto per la sua fluidità attraverso le linee bebop, post-bop e funk/fusion del jazz, è morto ieri a New York City. Aveva 82 anni. 

La sua morte è stata annunciata dalla figlia, Kierra Denise Foster Ba, in un post su Facebook.

Con la scomparsa di Al Foster, si chiude un capitolo fondamentale della storia del jazz contemporaneo. Il batterista dalle capacità straordinariamente acute e flessibili ha formato una corrente vorticosa nel jazz moderno per più di 60 anni, lasciando un'impronta indelebile su generazioni di musicisti e ascoltatori.

Al Foster (Aloysius Tyrone Foster) nacque a Richmond il 18 gennaio 1943, ma è nella sua lunga collaborazione con Miles Davis che trovò la sua dimensione artistica più compiuta. Foster fu noto soprattutto per la sua lunga collaborazione con Miles Davis tra la metà degli anni settanta e quella degli anni ottanta, un periodo che coincise con alcune delle trasformazioni più radicali nella musica del trombettista di Alton.

Tredici album risultarono dalla loro collaborazione 1972-1985, che incluse anche il ritiro auto-imposto di Miles dal 1975-1980. Foster non fu solo un musicista per Davis, ma anche un amico fidato. Foster fu anche uno dei pochi amici che Davis continuò a frequentare dopo il suo ritiro alla fine degli anni 70, testimoniando un legame che andava ben oltre la dimensione professionale.

Foster è stato anche notato per essere uno dei pochi musicisti a registrare regolarmente con Miles prima della sua pausa alla fine degli anni '70, e dopo il suo ritorno nel 1981. Questa continuità attraverso le diverse fasi della carriera di Davis dimostra la fiducia e la stima che il grande trombettista nutriva per il batterista di Richmond.

La carriera di Foster, un polistrumentista capace di suonare anche il sassofono, il pianoforte e il basso, cominciò precocemente a New York nei gruppi del trombettista Blue Mitchell, e Hugh Masekela nel 1960. Questa versatilità strumentale si rifletteva nella sua concezione della batteria, che non era mai fine a se stessa ma sempre al servizio del discorso musicale collettivo.