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Jazz Icons – Rahsaan Roland Kirk: Live in France 1972

Il video della serie Jazz Icons – Rahsaan Roland Kirk: Live in France 1972 porta lo spettatore dentro uno dei momenti più intensi della carriera del grande polistrumentista americano. 

Girato al Grand Palais di Parigi nel marzo del 1972, il concerto mostra Kirk al culmine della sua creatività, capace di trasformare il palcoscenico in un laboratorio sonoro senza confini.

Kirk, cieco fin dall’infanzia, aveva sviluppato uno stile inconfondibile, caratterizzato dalla capacità di suonare contemporaneamente più strumenti a fiato. 

Con sax, clarinetti e flauti intrecciati tra loro, costruiva architetture musicali in cui energia, improvvisazione e lirismo convivevano in perfetto equilibrio. Vederlo in azione significa assistere a uno spettacolo che trascende la tecnica per diventare pura espressione artistica.

Sul palco, al suo fianco, un ensemble compatto e affiatato dà sostanza alle sue visioni musicali. Pianoforte, contrabbasso, batteria e percussioni dialogano con le linee imprevedibili dei fiati, creando un tessuto sonoro che oscilla tra il bebop, il soul-jazz e momenti di libertà improvvisativa. Il repertorio spazia dalle composizioni originali di Kirk a omaggi ai grandi maestri del jazz, rivisitati con il suo inconfondibile linguaggio.

Art Pepper, cento anni di jazz e sopravvivenza

Il 1° settembre 2025 segna il centenario della nascita di Art Pepper, uno dei sassofonisti contralto più intensi e riconoscibili della storia del jazz. 

Nativo di Gardena, California, Pepper ha incarnato lo spirito della West Coast con un suono lirico e appassionato, capace di comunicare emozioni profonde attraverso il suo strumento. La sua vita, tuttavia, fu segnata da difficoltà personali che si riflettono nella sua musica: dipendenza, incarcerazioni e relazioni tumultuose che hanno scolpito il suo carattere e la sua arte.

Pepper iniziò a suonare il clarinetto a nove anni e già da adolescente si esibiva in contesti professionali, per poi emergere come talento con l’orchestra di Stan Kenton. 

La sua carriera, però, fu interrotta più volte dalle vicissitudini personali. In Straight Life, la sua autobiografia scritta con la moglie Laurie, racconta senza filtri il suo percorso travagliato, offrendo uno spaccato crudo e sincero della sua esistenza. Nonostante tutto, la musica rimase il suo rifugio, con album come Smack Up e Modern Art che testimoniano la sua genialità e la sua capacità di trasformare il dolore in arte.

Il centenario di Art Pepper è l’occasione per riscoprire la sua eredità artistica e umana. Eventi e tributi, come le esibizioni con il Daryl Gott Quartet, celebrano non solo la sua musica, ma anche il coraggio con cui affrontò una vita difficile. 

In questo centenario, celebrare Art Pepper significa ascoltare non solo le note che ha inciso, ma anche le storie, le cadute e le rinascite che quelle note racchiudono, lasciando un’impronta indelebile nella storia del jazz.

1959: l’anno che cambiò il jazz (video)

Ci sono momenti nella storia della musica che rappresentano autentiche svolte, anni in cui l’arte sembra accelerare e aprire strade nuove. Per il jazz, quell’anno è il 1959. 

A raccontarlo con precisione e passione è il documentario “1959: The Year that Changed Jazz”, una produzione della BBC andata in onda nel 2009, diretta da Paul Bernays. 

In meno di un’ora, il film ricostruisce un anno cruciale, in cui quattro dischi fondamentali vennero pubblicati a distanza di pochi mesi, cambiando per sempre la direzione del jazz moderno.

Il documentario si concentra infatti su quattro album cardine:

Miles Davis – Kind of Blue, manifesto del jazz modale, che con la sua essenzialità lirica aprì nuove possibilità di improvvisazione.

Dave Brubeck – Time Out, con i suoi tempi dispari che rivoluzionarono il rapporto tra melodia e ritmo.

Charles Mingus – Mingus Ah Um, un lavoro che fonde blues, gospel e denuncia sociale, trasformando la musica in racconto.

Ornette Coleman – The Shape of Jazz to Come, il disco che spalancò le porte al free jazz, liberando l’improvvisazione dalle griglie armoniche tradizionali.

Earl “Fatha” Hines (documentario)

Nel 1975 il canale televisivo britannico ATV realizzò un documentario straordinario su Earl Hines, girato all’interno del celebre club Blues Alley di Washington D.C. 

Lontano dai grandi palchi e dalle produzioni più spettacolari, la scelta di ambientare il film in un contesto intimo consente di cogliere l’essenza di un musicista che per decenni è stato considerato tra i più grandi pianisti jazz di sempre. Non a caso Count Basie lo definì “il pianista più grande del mondo”, riconoscendo la sua influenza profonda sul linguaggio jazzistico moderno.

Il documentario alterna momenti di performance a riflessioni personali, in cui Hines racconta con semplicità e chiarezza il suo approccio alla musica. In una delle dichiarazioni più celebri, afferma: “The way I like to play is that … I’m an explorer … I’m looking for something all the time … almost like I’m trying to talk”. Una frase che riassume perfettamente la sua arte: suonare per Hines significava esplorare, cercare continuamente nuove possibilità espressive, trasformando il pianoforte in una voce capace di dialogare.

La regia riesce a catturare questo spirito di ricerca, alternando primi piani sul volto e sulle mani del pianista a inquadrature che restituiscono l’atmosfera calorosa del club. Il pubblico diventa parte integrante della scena, reagendo all’energia, alle invenzioni improvvisate, persino ai caratteristici vocalizzi con cui Hines accompagnava talvolta i suoi assoli. 

Non è un caso che l’International Herald Tribune lo abbia definito “il più grande film jazz mai realizzato”: non solo un ritratto, ma un’esperienza capace di trasmettere l’essenza di un’arte viva.

Hargrove: Un Ritratto Intimo

Daniel Shen Taipei
CC BY-SA 2.0

Il documentario "Hargrove", diretto da Eliane Henri e disponibile su YouTube, segue Roy Hargrove durante il suo ultimo tour europeo del 2018, offrendo un ritratto autentico e malinconico di un artista straordinario negli ultimi capitoli della sua vita.

Il film si muove tra i club e i festival jazz d’Europa, soprattutto in Francia e in Italia, alternando performance di grande intensità a momenti di quotidianità: Roy che si affaccia dal balcone di un hotel, improvvisa sotto il cielo notturno o passeggia alla ricerca di un gelato. Sono frammenti che catturano la sua fragilità, ma anche la sua profonda umanità.

Arricchito dalle testimonianze di amici e colleghi, il documentario mostra un artista capace di muoversi con naturalezza tra jazz, hip-hop, R&B e soul. Hargrove emerge come un musicista aperto, curioso, capace di fondere la tradizione con la sperimentazione, e di creare legami profondi con chi condivideva il palco con lui.

Non viene nascosta la dimensione più dolorosa della sua vita in quel periodo. Le scene lo mostrano spesso stanco, affaticato dai viaggi e dalle dialisi frequenti. La scelta di continuare a suonare, anche a costo di mettere a rischio la propria salute, rivela quanto la musica fosse per lui necessità vitale più che professione.

Tra i fili narrativi più interessanti c’è la relazione con il suo manager di lunga data, figura insieme protettiva e controversa. Questa dinamica, a tratti conflittuale, aggiunge spessore umano e drammatico al racconto.

Il centenario di Mal Waldron

Brianmcmillen at English Wikipedia
CC BY-SA 3.0

Oggi ricorre il centenario della nascita di Malcolm Earl "Mal" Waldron, uno dei pianisti più enigmatici e misconosciuti della storia del jazz. 

Nato il 16 agosto 1925, Waldron ha attraversato la scena jazz per oltre cinquant'anni, lasciando un'impronta indelebile pur rimanendo spesso nell'ombra dei grandi nomi con cui ha collaborato.

Nella sua cinquantennale carriera Waldron ha inciso più di cento album a suo nome e più di 70 con altri leader, una produzione sterminata che testimonia la sua instancabile creatività. La sua formazione classica al Queens College, dove si diplomò in composizione, si fuse con una passione per il jazz che lo portò a diventare uno dei protagonisti della scena newyorkese degli anni Cinquanta.

Come pianista Waldron si colloca fra i principali rappresentanti dell'hard bop e del post-bop nella scena newyorkese degli anni cinquanta, ma la sua versatilità lo portò ad esplorare anche i territori del free jazz negli anni successivi. Il suo stile inconfondibile era caratterizzato da un approccio percussivo e ipnotico, basato su ripetizioni percussive e spesso ipnotiche, di sapore afro-orientale.

Nato ad Harlem, Waldron crebbe a Brooklyn e si formò musicalmente tra la musica classica e il bebop. Negli anni Cinquanta si affermò come accompagnatore di alcune delle voci più importanti del jazz, da Billie Holiday – con cui condivise gli ultimi anni di carriera della cantante – a Abbey Lincoln, oltre a collaborare con Charles Mingus e Eric Dolphy. Ma fu proprio l’esperienza accanto a Billie Holiday a lasciare un segno indelebile: Waldron divenne il suo pianista stabile dal 1957 fino alla morte della cantante nel 1959, sviluppando un accompagnamento asciutto, pieno di pathos, quasi drammatico.

Franco Cerri: una vita piena di jazz

Roberto Priolo, CC BY-SA 4.0

Ci sono musicisti che attraversano il tempo senza invecchiare, figure che restano vive nella memoria collettiva non solo per il talento, ma per l'eleganza e la passione che hanno saputo trasmettere. 

Franco Cerri è stato uno di questi. Il documentario “Franco Cerri, una vita piena di jazz”, disponibile su YouTube, è un omaggio sincero e avvolgente alla sua lunga carriera e alla sua straordinaria umanità.

Realizzato da Silvano Mazzella, il film è un viaggio intimo tra immagini d’archivio, testimonianze, brani musicali e racconti diretti del protagonista, che ci guida con la consueta ironia e delicatezza dentro i momenti salienti della sua esistenza artistica. 

Dalla Milano del dopoguerra ai palchi internazionali, il documentario ricostruisce una parabola musicale che ha contribuito in modo determinante alla diffusione del jazz in Italia.

Cerri non è stato soltanto un virtuoso della chitarra, ma anche un raffinato comunicatore. Celebre il suo volto in televisione – spesso accanto a Mina – e la sua voce gentile nei programmi dedicati alla musica. Il documentario ne restituisce anche questo lato: l’uomo che, con semplicità, ha saputo avvicinare il grande pubblico a un genere musicale che, fino a pochi decenni prima, sembrava riservato a pochi appassionati.

The Jazz Baroness: La patrona del bebop

Nel panorama dei documentari jazz, "The Jazz Baroness" di Hannah Rothschild occupa un posto speciale. 

Non è solo un ritratto di una mecenate, ma l'indagine di una pronipote alla ricerca della verità su una delle figure più enigmatiche nella storia del jazz: Pannonica de Koenigswarter, detta semplicemente "Nica".

Nata Kathleen Annie Pannonica Rothschild nel 1913, Nica apparteneva al ramo londinese della leggendaria dinastia bancaria. Il suo nome, ispirato a una specie di farfalla scoperta dal padre entomologo, sembrava predestinarla a una vita di metamorfosi. 

Ma nessuno avrebbe potuto immaginare che questa baronessa inglese sarebbe diventata la "patrona del bebop", abbandonando il suo mondo dorato per i club fumosi di New York.

La svolta arriva nel 1948 durante un viaggio a New York, quando Nica sente per la prima volta "Round Midnight" di Thelonious Monk. È un colpo di fulmine musicale che cambierà per sempre il corso della sua vita. Da quel momento, la baronessa diventa una presenza costante nella scena jazz newyorchese, sviluppando un'amicizia profonda e duratura con il geniale pianista.

Hannah Rothschild, filmmaker e discendente della stessa famiglia, si è trovata di fronte a un enigma familiare. La figura di Nica era avvolta nel mistero, quasi rimossa dalla memoria ufficiale dei Rothschild. Il documentario, prodotto dalla BBC nel 2009, nasce proprio da questa ricerca personale: cosa aveva spinto una delle donne più ricche d'Europa a dedicare la sua vita al jazz?

La regista non pretende di risolvere completamente il mistero, ma attraverso interviste con musicisti come Quincy Jones, Roy Haynes e Chico Hamilton, oltre a materiale d'archivio prezioso, ricostruisce un ritratto affascinante di una donna che sfuggiva alle convenzioni sociali del suo tempo.

Ron Carter: Finding the Right Notes (video)

Nel vasto panorama del jazz, ci sono nomi che non hanno bisogno di presentazioni. Ron Carter è uno di questi. 

Ma il documentario “Ron Carter: Finding the Right Notes”, diretto da Peter Schnall, ci invita a fare qualcosa di più che pronunciare il suo nome con rispetto: ci invita ad ascoltarlo, osservarlo, conoscerlo davvero.

Perché Ron Carter non è solo il contrabbassista che ha suonato in oltre 2.200 dischi, record certificato dal Guinness dei primati. Non è soltanto il membro del leggendario Miles Davis Quintet degli anni '60, accanto a Wayne Shorter, Herbie Hancock e Tony Williams. 

È un artista che ha fatto del rigore, dell'eleganza e della discrezione la sua cifra stilistica. E il documentario, uscito nel 2022 per PBS e recentemente disponibile anche su piattaforme di streaming, riesce nell’impresa di restituire tutta la complessità e l’umanità di questo straordinario musicista.

Finding the Right Notes è molto più di una biografia. È un racconto personale e poetico, costruito attraverso interviste intime, materiali d’archivio, riprese dal vivo e confessioni che raramente Ron Carter aveva concesso in passato. Lo vediamo nella quotidianità, nell'insegnamento, nella pratica rigorosa del suo strumento. Lo seguiamo nei backstage, in studio, nei club e nelle sale da concerto. Ma soprattutto lo ascoltiamo: suonare, parlare, riflettere.

Tra i momenti più toccanti del film, ci sono le conversazioni con altri grandi del jazz – come Herbie Hancock o Jon Batiste – ma anche le testimonianze dei suoi studenti e dei suoi familiari, che ci aiutano a capire quanto la musica sia stata per Carter non solo una carriera, ma una vocazione, un'esigenza morale, una disciplina quasi spirituale.

SUN RA: A Joyful Noise: un uomo venuto da Saturno

C’è qualcosa di profondamente disarmante e liberatorio nel guardare A Joyful Noise, il documentario diretto da Robert Mugge nel 1980 e completato nel 1983. 

Non si tratta semplicemente di un film su Sun Ra, ma di un’immersione nell’estetica e nella filosofia di un artista che ha vissuto davvero in un’altra dimensione – almeno spiritualmente, musicalmente, culturalmente. Il documentario non cerca di spiegare o razionalizzare il mistero di Sun Ra: piuttosto lo celebra, lo accompagna, lo lascia manifestarsi nella sua forma più pura.

Girato tra Philadelphia, Baltimora e Washington D.C., A Joyful Noise ci mostra un Ra in piena attività con il suo Arkestra, tra performance live, prove, improvvisazioni urbane e interventi “filosofici” rivolti alla telecamera. 

È un film che si nutre di gesti, suoni, colori e parole, alternando momenti di musica travolgente a riflessioni sul tempo, sul cosmo, sull’identità nera, sul potere della trasformazione artistica. È lo stesso Sun Ra a dichiarare, guardando dritto nell’obiettivo: "I’m not real. I’m just like you. You don’t exist in this society." Una frase che è tanto un pugno nello stomaco quanto una porta che si apre su un’altra dimensione di pensiero.

La musica è naturalmente al centro: il documentario è un piccolo scrigno di performance dell’Arkestra, catturate con una vitalità che comunica la tensione tra rigore e caos, tra swing ancestrale e visioni interplanetarie. Ma accanto alla musica, c’è il corpo di Sun Ra, la sua teatralità, la sua presenza magnetica: il modo in cui cammina, parla, indossa le sue vesti spaziali, dirige la band o legge una poesia è già una forma d’arte. Ogni scena è un frammento del suo universo, un universo che rifiuta la logica ordinaria per abbracciare la mitologia personale, la scienza-fantasia, l’utopia sonora.

I called him Morgan - L’ultima notte di Lee Morgan

Il 19 febbraio 1972, una tempesta di neve colpiva New York. In un club nel Lower East Side, lo Slug’s Saloon, il pubblico si stava lentamente raccogliendo, sfidando il gelo per ascoltare uno dei più talentuosi trombettisti dell’epoca: Lee Morgan. 

Nessuno poteva immaginare che quella sarebbe stata la sua ultima esibizione. Quella notte, Lee Morgan morì, ucciso da un colpo di pistola sparato dalla donna che più di tutte gli aveva salvato la vita: sua moglie, Helen More.

Quello che successe quella sera è rimasto nella memoria collettiva del jazz non solo come un episodio tragico, ma come un simbolo ambiguo e doloroso di un’epoca. Una fine tanto drammatica quanto assurda, che racconta non solo una morte, ma anche una storia di amore, dipendenza, redenzione e disillusione.

Lee Morgan era nato a Filadelfia nel 1938. A soli 18 anni entrava nell’orchestra di Dizzy Gillespie, e poco dopo diventava uno dei membri più brillanti dei Jazz Messengers di Art Blakey, contribuendo con la sua energia e il suo lirismo a dischi fondamentali come Moanin’. Era un talento straordinario, una tromba luminosa nel firmamento del hard bop, capace di fraseggi taglienti, groove irresistibili, e di una sensibilità melodica unica.

Ma dietro il successo, Morgan lottava con i suoi demoni. Negli anni Sessanta, la dipendenza dall’eroina lo aveva quasi distrutto. Aveva perso ingaggi, amici, dignità. Era diventato uno dei tanti fantasmi che si aggiravano per le strade di Harlem, consumati dalla droga e dimenticati dal mondo della musica.

Fu proprio in quel momento che nella sua vita entrò Helen More, una donna più grande di lui, di umili origini, che si prendeva cura di giovani musicisti in difficoltà. Helen lo trovò, lo curò, lo nutrì, lo fece disintossicare. Gli restituì una casa, degli abiti, la possibilità di suonare di nuovo. In breve tempo, Morgan tornò in scena, ed esplose di nuovo.

Enrico Intra: 90 anni di musica libera

Compiere 90 anni e continuare a pensare, suonare, comporre e dirigere con la lucidità e la curiosità di sempre è già di per sé un’impresa rara. 

Se poi si è vissuta un’intera vita dentro la musica, attraversando epoche, scuole, stili, visioni, allora la ricorrenza diventa anche l’occasione per ripercorrere un percorso unico e generoso, quello di Enrico Intra, figura centrale nella storia del jazz italiano ed europeo.

Nato a Milano il 3 luglio 1935, Intra è stato – ed è ancora – molto più di un musicista. Pianista, compositore, direttore, pedagogo, organizzatore culturale: la sua carriera è un intreccio continuo tra il mondo della pratica musicale e quello della riflessione, dell’innovazione, della costruzione di ponti tra linguaggi e generazioni. Basta scorrere l’elenco dei suoi progetti per accorgersi di quanto sia stato anticipatore, sempre pronto a sfidare le convenzioni e ad aprire il jazz a nuove contaminazioni.

Negli anni Sessanta e Settanta è tra i protagonisti della scena d'avanguardia italiana, al fianco di musicisti come Gianni Basso, Franco Cerri, Giorgio Gaslini, e allo stesso tempo impegnato nella creazione di un linguaggio jazzistico italiano, capace di dialogare con la musica classica, la contemporanea, la popular music. Storica la sua collaborazione con il Civico Centro Jazz di Milano, che grazie a lui diventa un punto di riferimento nazionale per la didattica e la ricerca jazzistica.

Max Roach: The Drum Also Waltzes

Il documentario Max Roach: The Drum Also Waltzes, andato in onda nella serie American Masters su PBS, traccia un ritratto profondo e sfaccettato di uno dei più influenti batteristi della storia del jazz. 

Diretto da Sam Pollard e Ben Shapiro, il film è il risultato di oltre vent’anni di lavoro, costruito grazie a una ricca raccolta di interviste, materiali d’archivio, fotografie e filmati familiari. Ne emerge una figura complessa: artista geniale, innovatore instancabile, padre affettuoso, uomo elegante, ma anche rigoroso e a tratti severo nel ruolo di bandleader.

Attraverso un racconto che intreccia vita personale e carriera artistica, il documentario segue il percorso di Roach fin dagli anni giovanili, mettendo in luce il suo ruolo chiave nello sviluppo del bebop accanto a leggende come Charlie Parker e Clifford Brown. Ma l’aspetto più affascinante è il modo in cui la musica, per Roach, si intreccia sempre all’impegno civile. 

Non era solo un virtuoso dello strumento: era un artista consapevole, profondamente coinvolto nella lotta contro le ingiustizie razziali. Lo testimonia la sua celebre affermazione secondo cui la musica può essere un’arma per combattere l’inhumanità dell’uomo verso l’uomo. La Freedom Now Suite, scritta insieme alla cantante Abbey Lincoln, con cui ebbe anche una intensa relazione personale, rappresenta uno dei momenti più forti di questo impegno politico attraverso il linguaggio del jazz.

Rumble in the Jungle e Jazz

Il 30 ottobre 1974, a Kinshasa, nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), il mondo assistette a uno degli eventi sportivi e culturali più emblematici del XX secolo: il leggendario incontro di boxe tra Muhammad Ali e George Foreman, passato alla storia come il Rumble in the Jungle. 

Ma quell’evento fu molto più di una sfida sportiva: fu una celebrazione della cultura afroamericana, un momento di affermazione politica e spirituale — e un crocevia inaspettato con la musica jazz.

Muhammad Ali, icona globale non solo per la sua abilità nel ring ma anche per la sua coscienza politica e poetica, aveva un ritmo tutto suo, nel parlare come nel combattere. 

I suoi versi improvvisati, i movimenti agili e improvvisi ricordavano da vicino l'improvvisazione jazzistica: creativa, libera, ribelle. Come il jazz, Ali sfidava le convenzioni, trasformava l’oppressione in arte.

Il jazz, come la boxe, è stato un mezzo di espressione e riscatto per gli afroamericani, soprattutto nel corso del Novecento. Entrambi richiedono tecnica e intuizione, ma anche cuore, istinto e coraggio. Ali, con i suoi colpi danzanti e la voce incalzante, era un jazzista del ring.

Insieme al match, fu organizzato lo storico festival Zaire 74, pensato per celebrare la cultura africana e afroamericana. Sul palco salirono giganti della black music come James Brown, B.B. King, Miriam Makeba e Hugh Masekela. E sebbene il festival fosse dominato dal soul e dal funk, lo spirito jazz era ovunque: nella libertà espressiva, nella fusione di culture, nella voglia di rompere le barriere.

Hugh Masekela, trombettista jazz sudafricano, portò sul palco proprio quel legame tra jazz e Africa, dimostrando come la musica potesse essere ponte tra le due sponde dell’Atlantico nero. La stessa idea che stava alla base del jazz fin dalle sue origini: un dialogo continuo tra identità, sofferenza e bellezza.

Thelonious Monk - Straight, No Chaser

Il documentario Thelonious Monk: Straight, No Chaser, diretto da Charlotte Zwerin e prodotto da Clint Eastwood nel 1988, è un’opera rara nel panorama dei film dedicati al jazz. Non solo per il valore storico delle immagini e delle registrazioni inedite che custodisce, ma soprattutto per la delicatezza con cui riesce a restituire la complessità di una delle personalità più enigmatiche della storia della musica afroamericana. 

Monk, con il suo stile pianistico spigoloso e inconfondibile, è sempre stato fuori dagli schemi: un compositore visionario, un improvvisatore che sembrava ragionare in geometrie impensabili, e insieme un uomo profondamente segnato da un'esistenza difficile e da un mondo che spesso non ha saputo comprenderlo fino in fondo.

Il film nasce da un ritrovamento fortunato: le straordinarie riprese realizzate da Christian Blackwood negli anni ’60, molte delle quali mai utilizzate fino a quel momento. Queste immagini – intime, dirette, mai compiacenti – mostrano Monk in contesti pubblici e privati: al piano, in concerto, in studio, in viaggio, ma anche nei silenzi, nei gesti ripetitivi, nelle pause che dicono più di molte parole. 

Zwerin costruisce attorno a questo materiale d’archivio una narrazione sobria ma incisiva, lasciando spazio alla musica e ai testimoni diretti – la moglie Nellie, il figlio T.S., i colleghi e amici – che compongono un ritratto corale, senza mitologie né retorica.

Anita O'Day: The Life of a Jazz Singer (DVD)

"Anita O'Day: The Life of a Jazz Singer" è un documentario del 2007 diretto da Robbie Cavolina e Ian McCrudden, dedicato alla straordinaria carriera e alla tormentata vita della leggendaria cantante jazz americana Anita O'Day.

Anita O'Day (1919–2006) è stata una delle più innovative e personali voci del jazz vocale del XX secolo. Con uno stile ritmico audace, una pronuncia incisiva e una capacità improvvisativa pari a quella dei grandi strumentisti, O'Day ha rivoluzionato il canto jazz, affermandosi accanto a Billie Holiday, Sarah Vaughan ed Ella Fitzgerald, pur mantenendo sempre una propria inconfondibile identità.

"Anita O'Day: The Life of a Jazz Singer" ripercorre in modo intenso e commovente la parabola artistica e umana di O'Day, intrecciando filmati rari d'archivio, tra cui straordinarie esibizioni dal vivo (memorabile il suo "Tea for Two" al Newport Jazz Festival del 1958); interviste con la stessa O’Day e con colleghi, amici e storici del jazz; materiali privati come fotografie, lettere e riprese domestiche;

Il film non nasconde i momenti oscuri della vita dell’artista: le difficoltà personali, le lotte contro la dipendenza da droghe e alcol, gli alti e bassi di una carriera spesso ostacolata da pregiudizi sessisti e razziali, nonostante il talento indiscutibile.

Jazz and the Avant Garde (video)

Jazz e Avanguardia è una docuserie in tre parti sulla nascita e l'evoluzione del movimento free jazz nel jazz americano. 

Questa serie è basata sul libro scritto da Conny Murray, fratello minore del batterista free jazz Sunny Murray, che ha assistito al movimento in prima persona e ne fornisce un resoconto approfondito. 

Questa serie è unica perché l'autore mette in relazione i primi periodi del jazz con le filosofie e le motivazioni alla base del movimento free jazz negli Stati Uniti e in Europa. 

Eric Dolphy at 97th birthday

Eric Dolphy, nato il 20 giugno 1928 a Los Angeles, è stato uno dei più innovativi e influenti polistrumentisti del jazz moderno. 

Maestro di sax alto, flauto e clarinetto basso, Dolphy ha saputo unire la profonda conoscenza del linguaggio bebop con una sensibilità espressiva unica, spingendosi con coraggio nei territori dell'avanguardia e del free jazz.

Dopo le prime esperienze sulla scena californiana, si afferma nei primi anni ’60 collaborando con musicisti del calibro di Charles Mingus, John Coltrane, Ornette Coleman e Booker Little. 

Il suo stile era riconoscibile per l’uso audace del cromatismo, le frasi spezzate e un lirismo fuori dagli schemi. Tra i suoi album più celebri figurano Out to Lunch! (1964), capolavoro pubblicato per la Blue Note, e Out There.

Dolphy morì prematuramente il 29 giugno 1964 a Berlino, a soli 36 anni. La sua musica, tuttavia, continua a ispirare generazioni di musicisti per la sua libertà espressiva, la padronanza tecnica e la profonda originalità.

Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz

Oggi si celebra l'anniversario della nascita di Tony Scott, che avrebbe compiuto 104 anni (Anthony Joseph Sciacca; 17 giugno 1921 – 28 marzo 2007) .

Per ricordarlo ecco riproposto lo splendido documentario  del 2010, diretto da Franco Maresco, dal titolo "Io sono Tony Scott, ovvero come l'Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz"

Il documentario racconta la vita del jazzista italo-americano Anthony Joseph Sciacca, meglio noto come Tony Scott, dalla sua infanzia e giovinezza negli Stati Uniti fino alla morte avvenuta a Roma nel 2007 in seguito ad una lunga malattia .

Per la realizzazione del documentario, l'autore Franco Maresco ha intervistato numerosi musicisti americani ed italiani che avevano conosciuto Tony Scott, quali il leggendario clarinettista Buddy DeFranco, il pianista Mario Rusca e il percussionista Tony Arco. Inoltre, Maresco ha ottenuto la collaborazione delle tre mogli di Scott, oltre che delle due figlie avute dal secondo matrimonio.

Il film è stato proiettato (fuori concorso) al 63º Festival del film Locarno e al Vancouver International Film Festival nel 2010.

Il documentario è un racconto dettagliato della vita personale ed artistica di Tony Scott, che amava definirsi "il più grande clarinettista del mondo". Attraverso filmati e fotografie e, soprattutto, attraverso le testimonianze di chi l'aveva conosciuto, viene ripercorsa la parabola che portò Scott, celebratissimo clarinettista dell'America degli anni cinquanta, ad un notevole decadimento personale e professionale, in seguito al trasferimento in Italia negli anni sessanta.

Jazz On A Summer´S Day (video)

Jazz on a Summer's Day è un film-concerto del 1959 ambientato al Newport Jazz Festival del 1958 a Newport, Rhode Island (che si tenne dal 3 al 6 luglio 1958). 

Il film fu diretto dal fotografo pubblicitario e di moda Bert Stern e da Aram Avakian, che ne curò anche il montaggio. Il produttore jazz della Columbia Records, George Avakian, fu il direttore musicale del film.

Il film mescola immagini dell'acqua e della città con gli artisti e il pubblico del festival. Presenta anche scene delle regate dell'America's Cup del 1958. Il film è in gran parte privo di dialoghi o narrazione (ad eccezione dei periodici annunci del presentatore Willis Conover).

Il film presenta le performance di Jimmy Giuffre; Thelonious Monk; Sonny Stitt; Anita O'Day; Dinah Washington; Gerry Mulligan; Chuck Berry; Chico Hamilton, con Eric Dolphy; e Louis Armstrong, con Jack Teagarden. Appaiono anche Buck Clayton, Jo Jones, Armando Peraza e gli Eli's Chosen Six, il gruppo studentesco dello Yale College che includeva il trombonista Roswell Rudd, ripreso mentre guidava per Newport a bordo di una decappottabile, suonando Dixieland.