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Celebrando i 55 anni di Brad Mehldau

Harald Krichel, CC BY 3.0

Oggi celebriamo il 55° compleanno di Bradford Alexander Mehldau, nato a Jacksonville il 23 agosto 1970, uno dei pianisti jazz più influenti e innovativi della sua generazione. 

Un artista che ha saputo trasformare il linguaggio jazzistico contemporaneo, portando nel panorama musicale una sensibilità unica che mescola tradizione e avanguardia.

Fattosi conoscere alla corte del sassofonista Joshua Redman a metà anni Novanta, grazie ai suoi lavori in trio con Larry Granadier (basso) e Jorge Rossy (batteria) ottiene il riconoscimento che lo consacra come uno dei protagonisti del jazz moderno. La sua formazione classica, acquisita alla New School di New York sotto la guida di maestri come Fred Hersch, ha fornito le basi per un approccio al piano jazz profondamente personale e sofisticato.

Il Brad Mehldau Trio è diventato negli anni un punto di riferimento per il jazz contemporaneo, capace di reinterpretare classici del songbook americano e di esplorare territori musicali inesplorati, dalla musica di Radiohead ai Beatles, da Bach ai compositori moderni.

Il 2024 si è rivelato un anno particolarmente fecondo per Mehldau. I suoi ultimi album "After Bach II" e "Après Fauré", entrambi usciti nel maggio 2024, presentano composizioni dei compositori citati nel titolo oltre a musiche scritte da Mehldau stesso che si è ispirato a loro. Questi lavori dimostrano la sua continua capacità di dialogare con la tradizione classica europea, creando ponti sonori tra epoche e stili diversi.

Ma le sorprese non sono finite: nel 2025 è prevista l'uscita di "Ride into the Sun", un album dedicato alla musica di Elliott Smith, che promette di essere l'ennesima dimostrazione della versatilità interpretativa di questo straordinario musicista.

Auguri a Enrico Rava ed ai suoi 86 anni!

Dirk Neven, Pubblico dominio

Oggi 20 agosto 2025, il mondo del jazz celebra uno dei suoi protagonisti più illustri: Enrico Rava compie 86 anni, confermandosi ancora una volta come l'ambasciatore più prezioso del jazz italiano nel mondo.

Nato a Trieste il 20 agosto 1939, Enrico Rava ha saputo trasformare quello che lui stesso ha definito un "caso" della nascita nella città giuliana in una straordinaria avventura musicale che lo ha portato a essere riconosciuto come il trombettista italiano più celebre a livello internazionale.

Cresciuto a Torino, Rava ha scoperto il jazz prima da trombonista in una banda, poi vivendo "l'apparizione" di Miles Davis dal vivo nel 1957. Un momento epifanico che ha segnato per sempre il suo destino artistico, iniziando un percorso che lo ha portato a incidere più di quaranta album nel corso della sua straordinaria carriera.

A 86 anni, Enrico Rava dimostra che l'età è solo un numero quando si tratta di passione e talento. La sua energia creativa rimane intatta, come testimonia il suo attuale progetto "The Fearless Five", già premiato dalla rivista Musica Jazz come Disco e Formazione dell'anno nel Top Jazz 2024.

Con il suo nuovo quintetto, il celebre trombettista propone un viaggio sonoro coraggioso e senza schemi, affiancato da alcuni tra i giovani più promettenti della scena jazz nazionale. È questa capacità di reinventarsi continuamente e di dialogare con le nuove generazioni che rende Rava un artista senza tempo.

Bill Evans: ricordando un gigante nel giorno del suo compleanno

Pubblico dominio

Oggi ricorre il 96° anniversario della nascita di William John "Bill" Evans, uno dei pianisti più influenti e rivoluzionari nella storia del jazz. 

Nato a Plainfield nel New Jersey nel 1929, Evans ha lasciato un'impronta indelebile nel panorama musicale mondiale, trasformando per sempre il modo di concepire l'armonia e l'interpretazione nel jazz moderno.

Bill Evans non era solo un pianista: era un poeta delle tastiere, capace di trasformare ogni performance in un'esperienza emotiva profonda e intima. La sua tecnica raffinata, influenzata dai grandi impressionisti francesi come Debussy e Ravel, ha portato una nuova dimensione liristica al jazz, creando un linguaggio musicale unico che ancora oggi ispira generazioni di musicisti.

La sua capacità di reinventare gli standard jazz era leggendaria. Brani come "Someday My Prince Will Come" e "My Favorite Things" diventavano nelle sue mani audaci esperimenti ritmici e cromatici, trasformazioni che rivelavam sempre nuove sfaccettature di composizioni già note.

Nel 1959, Evans entrò nella storia del jazz come membro del sestetto di Miles Davis, contribuendo alla realizzazione di "Kind of Blue", unanimemente considerato uno dei capolavori assoluti del genere. Il suo tocco delicato e la sua sensibilità armonica furono elementi cruciali nel definire quel suono modale che avrebbe influenzato il corso del jazz per i decenni successivi.

La collaborazione con Davis dimostrò la versatilità di Evans e la sua capacità di adattarsi a diversi contesti musicali, mantenendo sempre la propria identità artistica distintiva.

Il vero laboratorio creativo di Evans fu però il suo trio, formato con il bassista Scott LaFaro e il batterista Paul Motian. Le registrazioni dal vivo al Village Vanguard del giugno 1961, che produssero gli album "Sunday at the Village Vanguard" e "Waltz for Debby", rappresentano alcune delle vette più alte mai raggiunte nella musica jazz.

La tragica morte di LaFaro, appena dieci giorni dopo quelle storiche registrazioni, segnò profondamente Evans, che si ritirò temporaneamente dalle scene. Quel trio aveva creato un nuovo paradigma nell'interplay jazzistico, dove ogni strumento aveva pari dignità espressiva in un dialogo musicale di rara intensità.

Mulgrew Miller: i 70 anni dalla nascita di uno dei pianisti più influenti della sua generazione

Oggi ricorre il 70° anniversario della nascita di Mulgrew Miller, uno dei pianisti jazz più rispettati e influenti della sua generazione. 

Nato il 13 agosto 1955 a Greenwood, Mississippi, e scomparso prematuramente il 29 maggio 2013 ad Allentown, Pennsylvania, Miller ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del jazz contemporaneo.

La storia musicale di Mulgrew Miller inizia presto: iniziò a suonare il pianoforte all'età di 6 anni, si esibiva già a 10 anni e alle superiori lavorava in un trio jazz locale, suonando musica R&B ai balli e gospel in chiesa. La sua passione per il jazz si accese all'età di quattordici anni quando vide il pianista Oscar Peterson nel programma televisivo "The Joey Bishop Show".

Influenzato soprattutto da Oscar Peterson (e successivamente da McCoy Tyner), Miller sviluppò uno stile distintivo che avrebbe definito il mainstream del post-bop per più di tre decenni. 

Il percorso professionale di Miller lo portò a collaborare con alcuni dei nomi più illustri del jazz. Come musicista che servì sotto Art Blakey e con la Duke Ellington Orchestra, Miller può essere sentito su più di 500 album, inclusi diversi con le sue proprie band.

Lavorò estensivamente con la cantante Betty Carter, il trombettista Woody Shaw e il batterista Tony Williams. Dal 1987, guidò un sestetto chiamato Wingspan in performance e registrazioni occasionali, che spesso includevano le sue composizioni originali.

Auguri a Pat Metheny: 71 anni di genio musicale

Oggi, 12 agosto 2025, si celebra il 71° compleanno di Patrick Bruce Metheny, uno dei chitarristi jazz più influenti e visionari della nostra epoca. 

Nato a Kansas City il 12 agosto 1954 in una famiglia musicale, Pat Metheny ha trasformato il linguaggio della chitarra jazz contemporanea con una creatività e una versatilità che continuano a stupire dopo oltre cinquant'anni di carriera.

La storia musicale di Metheny inizia presto: partito dalla tromba all'età di 8 anni, passa alla chitarra a 12 anni. Già a 15 anni suonava regolarmente con i migliori musicisti jazz di Kansas City, acquisendo un'esperienza sul palco straordinaria per la sua giovane età. 

Nel 1969 vince una borsa di studio Down Beat per un campo jazz di una settimana e incontra il chitarrista Attila Zoller, un incontro che si rivelerà formativo per il suo percorso artistico.

La sua ascesa fu meteórica: Metheny esplose sulla scena jazz internazionale nel 1974, e divenne il più giovane insegnante mai assunto al Berklee College of Music di Boston, un riconoscimento del suo talento eccezionale e della sua comprensione profonda del linguaggio musicale.

Ciò che rende Metheny unico nel panorama jazzistico mondiale è il suo suono istantaneamente riconoscibile, caldo, cristallino e assolutamente unico. Il suo approccio alla chitarra jazz ha ridefinito i confini del genere, incorporando elementi di fusion, world music e sperimentazione elettronica senza mai perdere la radice jazz della sua espressione musicale.

Auguri a Donny McCaslin che compie 59 anni

Oliver Abels (SBT)
CC BY-SA 3.0

Oggi, 11 agosto 2025, il mondo del jazz celebra il 59° compleanno di uno dei suoi sassofonisti più innovativi e versatili: Donny McCaslin

Nato in questo stesso giorno del 1966 a Santa Clara, California, McCaslin rappresenta quella rara specie di musicista capace di attraversare i generi mantenendo una voce distintiva e personale.

La storia di McCaslin inizia nella soleggiata California, dove cresce immerso nella musica grazie al padre, pianista e vibrafonista che gli trasmette l'amore per il jazz. A soli dodici anni, Donny imbraccia il sassofono tenore e da quel momento inizia una carriera folgorante che lo porterà, ancora adolescente, a guidare la sua band per ben tre volte al prestigioso Monterey Jazz Festival. Un traguardo che molti musicisti professionisti possono solo sognare.

Nel 1984, il giovane talento californiano riceve una borsa di studio completa per il Berklee College of Music, dove affina la sua tecnica sotto la guida di maestri come Gary Burton. Ma è a soli 21 anni, nel 1987, che McCaslin fa il grande salto: entra nel gruppo di Burton, iniziando quella che diventerà una carriera straordinaria.

Il trasferimento a New York nel 1991 segna l'inizio della fase più matura della carriera di McCaslin. L'ingresso negli Steps Ahead, dove sostituisce nientemeno che Michael Brecker, lo consacra definitivamente nel gotha del jazz contemporaneo. Per tre anni, dal 1991 al 1994, McCaslin porta la sua voce in questa formazione leggendaria, assorbendo influenze che plasmano il suo stile unico.

Ma se c'è un momento che ha proiettato McCaslin nell'olimpo della musica contemporanea, quello è sicuramente la collaborazione con David Bowie per "Blackstar", l'ultimo capolavoro del Duca Bianco. Non molti jazzisti possono vantare di aver contribuito a quello che è considerato uno degli album più innovativi e toccanti della storia del rock. La capacità di McCaslin di fondersi perfettamente con la visione artistica di Bowie, mantenendo al contempo la propria identità musicale, dimostra una maturità artistica rara.

Johnny Hodges: 118 anni dalla nascita del "Rabbit"

Dontworry, CC BY-SA 2.5

Il 25 luglio 1907, esattamente 118 anni fa, nasceva a Cambridge, Massachusetts, John Cornelius Hodges, destinato a diventare uno dei sassofonisti più influenti e amati della storia del jazz. 

Johnny Hodges è stato descritto come un sassofonista che riusciva a ottenere dal suo strumento un suono più bello di qualsiasi altro, ed è difficile contestare questo giudizio.

Conosciuto affettuosamente con i soprannomi di "Rabbit" e "Jeep", Hodges sarebbe diventato il sassofonista di riferimento per Duke Ellington, forgiando un partnership artistica che avrebbe definito il suono del jazz per decenni.

Fin da piccolo fu autodidatta su batteria e pianoforte, suonando quest'ultimo ai balli. Quando aveva 14 anni, Hodges iniziò a suonare il sassofono soprano. La sua formazione fu quasi completamente autodidatta, eccetto alcune lezioni, che evidentemente ebbero un ottimo risultato, con Sidney Bechet per il sassofono soprano.

All'epoca l'unico sassofonista jazz significativo era Sidney Bechet, il maestro del soprano, che divenne una delle poche influenze dirette di Hodges nel suo percorso di crescita musicale.

Johnny Hodges fu il principale solista dell'orchestra di Duke Ellington nella quale suonò dal 1928, diventando il lead alto nella sezione dei sassofoni per molti anni. Questa collaborazione, durata quasi quarant'anni con una breve interruzione, rappresenta una delle partnership più durature e fruttuose nella storia del jazz.

Durante i suoi quasi quarant'anni con la band, Hodges perfezionò il suo stile morbido e vellutato su brani come "Passion Flower," "Lush Life," e "Prelude to a Kiss." Eseguì anche blues e pezzi up-tempo, inclusi "Jeep's Blues" e "Hodge-Podge".

Tra i maggiori solisti e sassofonisti di jazz, sviluppò uno stile originale, nato dal blues, fortemente lirico, caratterizzato dall'uso del glissando. Hodges suonava con considerevole autorità quando era con una band. Possedeva anche una padronanza tecnica del suo strumento e uno stile individualistico. Il suo uso del vibrato era unico nel suo genere.

Il suo tono puro sul sassofono contralto era il suo biglietto da visita, e lo utilizzava sia su ballate romantiche e lussureggianti che su brani più blues che mantenevano la band radicata nella musica delle sale da ballo, anche mentre Ellington si sforzava di produrre opere sinfoniche del più alto livello in un idioma americano.

Auguri a Brian Blade

Dbeck03, CC BY-SA 4.0

Oggi Brian Blade celebra il suo 55° compleanno, confermandosi come uno dei batteristi più influenti e rispettati del panorama jazz contemporaneo. 

Nato il 25 luglio 1970 a Shreveport, Louisiana, Blade rappresenta una figura unica nel jazz moderno, capace di fondere la tradizione gospel delle sue origini con un approccio innovativo e profondamente lirico alla batteria.

Figlio di Brady L. Blade, pastore di Shreveport per 22 anni, Brian ha i primi contatti con la musica tramite il gospel. La sua formazione musicale inizia in modo particolare: all'età di nove anni inizia lo studio del violino che però lascia in favore della batteria, influenzato dal fratello maggiore Brady Blade Jr., anch'egli batterista.

Fu allievo di Dorsey Summerfield Jr. durante le high school, periodo nel quale inizia ad ascoltare e ad appassionarsi al jazz. Arrivato ai 18 anni, Blade si trasferisce a New Orleans per approfondire i suoi studi musicali, immergendosi nella ricca tradizione jazzistica della città.

La carriera di Blade decolla nei primi anni '90 quando entra a far parte del rinomato quartetto del sassofonista Wayne Shorter. Wayne Shorter non si riposò mai sugli allori suoi o di chiunque altro, così quando all'inizio di questo secolo convocò il suo grande quartetto della fase finale con il pianista Danilo Pérez, il bassista John Patitucci e il batterista Brian Blade, diede vita a una delle formazioni più innovative del jazz contemporaneo.

Il suo talento eccezionale lo ha reso uno dei sideman più ricercati della scena internazionale, collaborando con artisti del calibro di Joni Mitchell, Bob Dylan, Emmylou Harris, Daniel Lanois e molti altri, sia nel jazz che in altri generi musicali.

Un ricordo di Steve Lacy nel giorno del suo compleanno

NEPM – New England Public Media

Oggi ricordiamo uno dei più rivoluzionari e influenti sassofonisti della storia del jazz: Steve Lacy, nato Steven Norman Lackritz il 23 luglio 1934 a New York. Un musicista che ha trasformato completamente il ruolo del sassofono soprano nel panorama jazzistico contemporaneo.

Se Steve Lacy fosse ancora con noi, oggi compirebbe 91 anni. Il musicista, scomparso il 4 giugno 2004 a Boston, iniziò la sua straordinaria avventura musicale a soli sedici anni suonando jazz tradizionale con Henry "Red" Allen, Pee Wee Russell, Pops Foster, Zutty Singleton e successivamente con jazzisti di Kansas City come Buck Clayton, Dicky Wells, e Jimmy Rushing.

Questi primi anni furono fondamentali per la sua formazione, ma fu la sua visione rivoluzionaria del sassofono soprano a distinguerlo nel panorama musicale degli anni '50. In pratica uno strumento inesplorato, anch'esso fuori dal ciclone bop e limitato al fenomeno dixieland. Tutto questo più o meno fino al 1958, anno di pubblicazione di Soprano Sax, primo album solista di Steve Lacy pubblicato dalla Prestige.

Thelonious Monk è stato per Lacy un maestro, non solo in senso musicale, ma anche spirituale e artistico. La loro collaborazione rappresenta uno dei momenti più alti della storia del jazz moderno. La maggior parte della sua carriera l'ha passata con Thelonious Monk: con lui incise il primo album (1958). Per breve tempo suonò nella band di Monk nel 1960 e successivamente suonò nella "Monk Big Band", dal 1963.

Il rapporto con Monk fu così profondo che i Brani di Monk diventarono un elemento permanente del suo repertorio. La dedizione di Lacy alle composizioni di Monk non si limitò a un semplice omaggio: rappresentò una vera e propria missione artistica di preservazione e reinterpretazione dell'eredità musicale del grande pianista.

Auguri a Helen Merrill che compie 95 anni

Helen Merrill, una delle voci più raffinate e durature del jazz americano, compie 95 anni. 

Nata il 21 luglio 1930 a New York da genitori di origini croate con il nome di Jelena Ana Milcetic, la cantante continua a essere celebrata come una delle interpreti più sofisticate della sua generazione.

La straordinaria carriera di Helen Merrill iniziò nei jazz club del Bronx quando aveva appena quattordici anni, nel 1944. Due anni dopo, nel 1946, decise di dedicarsi alla musica a tempo pieno, una scelta coraggiosa per una giovane donna dell'epoca. Il suo debutto discografico arrivò nel 1952 con "A Cigarette for Company", registrata con la Earl Hines Band per l'etichetta D'Oro, creata appositamente per immortalare le performance del complesso con Helen.

Quello che rende Helen Merrill davvero speciale nel panorama musicale è la sua incredibile longevità artistica. Ancora nel 2023, all'età di 93 anni, è riapparsa in pubblico per assistere a una serata in suo onore, dopo un lungo periodo lontano dalle scene. La sua voce, caratterizzata da un timbro caldo e una interpretazione sempre emotivamente intensa, ha attraversato decenni di evoluzione musicale mantenendo intatta la sua eleganza distintiva.

Helen Merrill rappresenta un ponte vivente tra l'età d'oro del jazz e le generazioni contemporanee. La sua capacità di reinventarsi pur mantenendo la propria identità artistica l'ha resa un modello per molti cantanti jazz successivi. Le sue collaborazioni con alcuni dei più grandi musicisti del secolo scorso hanno contribuito a definire il sound del jazz vocale moderno.

Cal Tjader: il centenario di una leggenda

Unknown photographer
Public domain

Il 16 luglio 2025 segna il centenario della nascita di una delle figure più innovative e influenti della musica jazz del XX secolo: Callen Radcliffe Tjader, meglio conosciuto come Cal Tjader, nato a St. Louis, Missouri nel 1925. 

A cento anni dalla sua nascita, celebriamo questo straordinario musicista statunitense che rivoluzionò il mondo del jazz attraverso la sua capacità unica di fondere i suoni cubani, caraibici e latino-americani con la tradizione jazzistica americana.

Cal Tjader è universalmente riconosciuto come uno dei più grandi vibrafonisti della storia del jazz. Il vibrafono, strumento a percussione melodico dalle sonorità cristalline e avvolgenti, divenne nelle sue mani il veicolo perfetto per esprimere la sensualità e la complessità ritmica della musica latina. 

La sua tecnica raffinata e il suo approccio innovativo trasformarono quello che era considerato principalmente uno strumento di accompagnamento in un mezzo espressivo di straordinaria versatilità.

Tjader rappresenta una figura unica nel panorama musicale: fu il più famoso leader di una band di jazz afrocubano che non fosse di origine latina. Questa particolarità lo rese un ponte culturale fondamentale tra due mondi musicali, contribuendo a diffondere e popolarizzare la musica latina negli Stati Uniti e nel mondo. La sua capacità di assimilare e reinterpretare le tradizioni musicali cubane, portoricane e sudamericane con autenticità e rispetto lo distinse da molti suoi contemporanei.

La carriera di Cal Tjader fu caratterizzata da una costante ricerca e sperimentazione. Non si limitò a suonare il vibrafono, ma dimostrò competenze musicali eclettiche che spaziavano attraverso diversi strumenti e stili. Questa versatilità gli permise di collaborare con alcuni dei più importanti musicisti del suo tempo e di creare un sound distintivo che influenzò generazioni di musicisti.

Albert Ayler: il profeta del free jazz oggi avrebbe compiuto 89 anni

 Published by ABC/Impulse! Records
Public domain

Oggi il jazz piange e celebra allo stesso tempo. Il 13 luglio 1936, a Cleveland, Ohio, nasceva Albert Ayler, il sassofonista che avrebbe rivoluzionato per sempre il linguaggio del jazz. 

Se fosse ancora tra noi, oggi compirebbe 89 anni. Invece, la sua vita si è spezzata troppo presto, nel 1970, lasciandoci con soli 34 anni di esistenza ma con un'eredità musicale che continua a bruciare come una fiamma eterna.

"Io Albert Ayler sono nato a Cleveland, Ohio, il 13 luglio 1936. Mio padre suonava sassofono e violino ed era anche un cantante. Aveva una certa notorietà ma solo a livello locale, quindi alla mia nascita aveva espresso il desiderio di vedermi conosciuto in tutto il mondo." Queste parole, pronunciate da Ayler stesso in un'intervista del 1970, raccontano di un destino già scritto, di un padre che intuiva il potenziale straordinario del figlio.

E quel desiderio paterno si è realizzato, anche se in modi che probabilmente nessuno avrebbe potuto immaginare. Albert Ayler non è diventato solo "conosciuto in tutto il mondo" – è diventato una forza della natura, un terremoto che ha scosso dalle fondamenta l'edificio del jazz tradizionale.

Quando pensiamo ad Albert Ayler, la prima cosa che viene in mente è quel suono. Un vibrato così intenso, così carico di pathos, che sembrava venire direttamente dall'anima. Il critico John Litweiler non ha usato mezzi termini: "mai in precedenza e mai più da allora, ci fu una così cruda aggressione al jazz". Ma era davvero aggressione, o era piuttosto una forma di amore estremo?

Ayler non suonava note: suonava emozioni pure. Il suo sassofono tenore era come un medium attraverso cui l'inconscio collettivo del jazz afroamericano trovava la sua voce più primitiva e spirituale. Non c'era niente di cerebrale nella sua musica – era tutto istinto, tutto cuore, tutto spirito.

Tomasz Stanko: Il ricordo di un maestro nel giorno del suo compleanno

Toresetre
CC BY-SA 4.0

Oggi ricorre il compleanno di Tomasz Stanko, uno dei trombettisti jazz più influenti e originali d'Europa. Nato a Rzeszów l'11 luglio 1942, il musicista polacco avrebbe compiuto 83 anni se la malattia non l'avesse portato via nel 2018, all'età di 76 anni.

Stanko era considerato uno dei musicisti jazz più originali d'Europa, caratterizzato da un tono distintivo e una certa malinconia slava. 

La sua musica rappresentava un ponte tra l'Est e l'Ovest durante gli anni della Guerra Fredda, portando una sensibilità peculiarmente europea nel panorama jazz internazionale.

Cresciuto sotto la dittatura comunista, Stanko scoprì il jazz attraverso le trasmissioni di Willis Conover per Voice of America. Un momento cruciale della sua formazione fu l'incontro con Dave Brubeck nel 1958, durante un tour sponsorizzato dal Dipartimento di Stato americano. Questo primo contatto con il jazz d'oltreoceano lasciò un'impronta indelebile sul giovane musicista.

Stanko emerse durante un periodo dorato del jazz polacco, insieme a pianisti come Adam Matyszkowicz (Makowicz), il sassofonista Zbigniew Seifert e il pianista Krzysztof Komeda. Nel 1962 organizzò il suo primo gruppo, The Jazz Darings, con Makowicz al piano, segnando l'inizio di una carriera che avrebbe attraversato oltre cinquant'anni di innovazione musicale.

La collaborazione con Krzysztof Komeda negli anni '60 fu particolarmente significativa. Sta?ko si unì al quintetto di Komeda, diventandone presto il pilastro, e questa esperienza gli permise di sviluppare quel linguaggio musicale unico che avrebbe caratterizzato tutta la sua carriera.

Buon compleanno Lee Morgan: la tromba che incendiò l’hard bop

Il 10 luglio celebriamo la nascita di uno dei grandi maestri della tromba jazz: Lee Morgan. Se fosse ancora con noi, oggi compirebbe 87 anni. 

Ma anche se la sua vita è stata tragicamente breve, la sua musica continua a bruciare con la stessa intensità con cui l’ha suonata, notte dopo notte, palcoscenico dopo palcoscenico.

Nato a Philadelphia nel 1938, Morgan era un prodigio. A 15 anni già suonava professionalmente, a 18 entrava nella big band di Dizzy Gillespie e, poco dopo, veniva accolto da Blue Note Records, la casa discografica che avrebbe documentato la sua ascesa tra le stelle del jazz. Ma è nel 1958, quando si unisce ai Jazz Messengers di Art Blakey, che qualcosa scatta davvero: non solo nel suo stile, ma in tutto il suono del gruppo.

Morgan è stato uno degli interpreti più completi dell’hard bop. Ma nel corso della sua carriera ha mostrato mille sfumature: l’energia frenetica di The Sidewinder (1963), il lirismo delicato di Ceora, l’introspezione spirituale di Search for the New Land. Ogni suo disco è un ritratto a sé. Era un artista curioso, inquieto, mai fermo.

Negli ultimi anni, Morgan stava anche diventando una figura importante nella scena jazz newyorkese: coinvolto in collettivi, politicamente attivo, consapevole della difficile condizione degli artisti afroamericani in quel periodo. Purtroppo, nel 1972, la sua vita venne interrotta brutalmente in una delle storie più tragiche e note della storia del jazz. Ma oggi, a distanza di più di cinquant'anni, resta la musica, viva, urgente, attuale.

Buon compleanno Béla Fleck

Il 10 luglio si festeggia il compleanno di Béla Fleck, uno dei musicisti più innovativi e versatili degli ultimi decenni. 

Nato a New York nel 1958, Fleck ha rivoluzionato l'immagine del banjo, liberandolo dai soli confini del bluegrass per proiettarlo nel jazz, nella classica, nel folk mondiale e persino nel funk.

Con i suoi Béla Fleck and the Flecktones ha creato un universo musicale dove convivono groove, virtuosismo e sperimentazione, affiancandosi a talenti come Victor Wooten e Future Man. 

Ma il suo percorso lo ha portato anche a collaborazioni con Chick Corea, Edgar Meyer, Zakir Hussain, Abigail Washburn e tanti altri, in una continua esplorazione tra generi e culture.

Premiato con più di una dozzina di Grammy in categorie diversissime tra loro, Fleck ha mostrato come uno strumento spesso sottovalutato possa diventare veicolo di un’espressività sconfinata. Il suo stile, tecnico e lirico al tempo stesso, è un invito a ripensare i limiti e le possibilità della musica.

Buon compleanno a Tyshawn Sorey

Oggi festeggiamo il compleanno di uno degli artisti più imprevedibili, radicali e profondi della scena musicale contemporanea. Tyshawn Sorey, nato nel 1980 a Newark, New Jersey, è molto più di un batterista: è compositore, direttore d’orchestra, improvvisatore, polistrumentista, e soprattutto pensatore del suono.

Nel suo percorso musicale ha saputo abbattere ogni confine tra jazz, musica contemporanea, sperimentazione radicale e avanguardia colta. 

Il suo drumming è potente, ipnotico, dinamico, ma anche capace di un controllo del silenzio e del tempo che lo rendono unico. A volte suona come un percussionista rituale, altre come un’orchestra intera racchiusa in un solo corpo.

Ma ciò che colpisce in Sorey è soprattutto la visione, la capacità di concepire la musica come atto politico, filosofico, emotivo. Dai suoi lavori con Vijay Iyer, Anthony Braxton e Myra Melford, fino alle sue composizioni sinfoniche e ai progetti solisti, ogni suo gesto artistico è un invito ad ascoltare in modo nuovo.

Con dischi come "Verisimilitude", "The Inner Spectrum of Variables" e "Pillars", ha ridefinito i parametri del jazz contemporaneo, dimostrando che si può essere rigorosi e liberi, sperimentali e intensamente lirici.

Enrico Intra: 90 anni di musica libera

Compiere 90 anni e continuare a pensare, suonare, comporre e dirigere con la lucidità e la curiosità di sempre è già di per sé un’impresa rara. 

Se poi si è vissuta un’intera vita dentro la musica, attraversando epoche, scuole, stili, visioni, allora la ricorrenza diventa anche l’occasione per ripercorrere un percorso unico e generoso, quello di Enrico Intra, figura centrale nella storia del jazz italiano ed europeo.

Nato a Milano il 3 luglio 1935, Intra è stato – ed è ancora – molto più di un musicista. Pianista, compositore, direttore, pedagogo, organizzatore culturale: la sua carriera è un intreccio continuo tra il mondo della pratica musicale e quello della riflessione, dell’innovazione, della costruzione di ponti tra linguaggi e generazioni. Basta scorrere l’elenco dei suoi progetti per accorgersi di quanto sia stato anticipatore, sempre pronto a sfidare le convenzioni e ad aprire il jazz a nuove contaminazioni.

Negli anni Sessanta e Settanta è tra i protagonisti della scena d'avanguardia italiana, al fianco di musicisti come Gianni Basso, Franco Cerri, Giorgio Gaslini, e allo stesso tempo impegnato nella creazione di un linguaggio jazzistico italiano, capace di dialogare con la musica classica, la contemporanea, la popular music. Storica la sua collaborazione con il Civico Centro Jazz di Milano, che grazie a lui diventa un punto di riferimento nazionale per la didattica e la ricerca jazzistica.

Buon Compleanno Ahmad Jamal: L’eleganza senza tempo del Jazz

Vsb at English Wikipedia.
CC BY-SA 3.0
Nel ricordare il compleanno di Ahmad Jamal, non celebriamo solo un grande pianista, ma una figura che ha saputo ridefinire i contorni stessi del jazz moderno con una voce propria, distintiva e inimitabile. 

Jamal ha attraversato le epoche con passo leggero ma deciso, influenzando giganti come Miles Davis e contribuendo, con discrezione e coerenza, alla costruzione di un linguaggio musicale più ampio, meditativo e spazioso. Ahmad Jamal è stato uno di quegli artisti rari capaci di rimanere fedeli a una propria visione estetica per tutta la vita, e allo stesso tempo influenzare profondamente generazioni di musicisti. 

Nato a Pittsburgh il 2 luglio 1930 con il nome di Frederick Russell Jones, Jamal iniziò a studiare pianoforte in tenera età, mostrando da subito un talento naturale non solo per lo strumento, ma anche per la composizione e l’arrangiamento. Cresciuto in un ambiente in cui la musica classica conviveva con il jazz più viscerale, Jamal ha sempre rifiutato di considerare il jazz come una musica “minore”, rivendicandone la complessità e la raffinatezza. 

Negli anni ’50, dopo essersi convertito all’Islam e aver assunto il nome Ahmad Jamal, il pianista iniziò a imporsi con un trio che sembrava suonare in punta di piedi, ma che in realtà stava scuotendo le fondamenta del jazz moderno. L’album At the Pershing: But Not for Me del 1958, registrato dal vivo a Chicago, divenne uno dei più grandi successi del periodo. Brani come “Poinciana” rivelano tutta la sua estetica: ritmi morbidi, uso magistrale dello spazio, interplay raffinato, senso quasi architettonico delle proporzioni. 

Andrew Hill at 94

Il compleanno di Andrew Hill è sempre un’occasione per tornare su uno dei percorsi più enigmatici, profondi e personali della storia del jazz moderno. 

Nato il 30 giugno 1931 a Chicago, Hill è stato pianista, compositore e pensatore del suono, capace di plasmare una visione musicale che sfuggiva alle categorie e si muoveva tra tradizione e avanguardia con naturalezza disarmante.

Nel panorama degli anni Sessanta, periodo cruciale per il jazz, la voce di Hill emerse con forza ma anche con una discrezione quasi ostinata. Non cercava il centro della scena, ma lo occupava in modo obliquo, attraverso armonie frastagliate, ritmi asimmetrici e una scrittura visionaria. 

Il suo lavoro con la Blue Note, in particolare, ha lasciato un'impronta indelebile: album come Point of Departure, Black Fire, Judgment! o Compulsion!!!!! sono manifesti di un'epoca inquieta, in cui il jazz si interrogava su se stesso e cercava nuove direzioni. Hill offriva risposte mai definitive, aperture piuttosto che soluzioni, e in questo stava la sua forza.

Il suo pianismo, spesso definito “cubista” o “architettonico”, era tuttavia sempre intriso di umanità. Anche nei passaggi più oscuri e complessi, si percepiva un'emozione trattenuta, quasi sospesa. Hill sembrava voler raccontare storie non dette, sussurri venuti da mondi interiori che solo la musica poteva tradurre. Questo lo rendeva diverso dagli altri, difficilmente classificabile, e forse proprio per questo rimasto a lungo in una sorta di limbo critico, troppo avanzato per alcuni, troppo radicato nel jazz per altri.

Auguri a Joey Alexander

Oggi si festeggia è il compleanno di Joey Alexander, pianista jazz indonesiano che, nonostante la giovane età, ha già lasciato un’impronta notevole nella scena musicale internazionale. 

Nato a Bali il 25 giugno 2003, Joey ha cominciato a suonare il pianoforte da autodidatta a soli sei anni, imparando ad orecchio i brani di Thelonious Monk e altri giganti del jazz.

A soli 8 anni suona per Herbie Hancock, che resta impressionato dal suo talento. Due anni dopo, viene invitato da Wynton Marsalis a esibirsi al Jazz at Lincoln Center di New York: da lì parte una carriera straordinaria. 

Il suo primo album, My Favorite Things, esce nel 2015 e ottiene due nomination ai Grammy Awards, facendo di lui il più giovane musicista jazz ad aver mai raggiunto tale traguardo.