Stanley Cowell & The Piano Choir

Nel panorama del jazz moderno ci sono momenti che sembrano appartenere più a un sogno che alla realtà. 

Uno di questi è senza dubbio l’esperienza di Stanley Cowell & The Piano Choir, una formazione tanto insolita quanto affascinante, che per un breve ma intenso periodo nei primi anni ’70 diede vita a un suono collettivo di pianoforti, spiritualità e libertà creativa.

Siamo nel 1972, e Stanley Cowell – pianista elegante, profondo, dallo stile tanto lirico quanto intellettuale – è già una figura riconosciuta nel jazz d’avanguardia. 

Co-fondatore della mitica etichetta Strata-East insieme al trombettista Charles Tolliver, Cowell è anche un pensatore musicale, impegnato in un jazz afroamericano libero da compromessi e fortemente radicato nella comunità.

È in questo contesto che nasce The Piano Choir, un progetto unico nella storia del jazz: sette pianisti suonano insieme, mescolando improvvisazione, poliritmia, spirituals, composizioni originali e rielaborazioni. Il risultato è una massa sonora inedita, stratificata e potente, dove il pianoforte – solitamente solista o accompagnatore – si trasforma in strumento corale.

Oltre a Stanley Cowell, il collettivo comprendeva altri grandi pianisti afroamericani, tra cui: Harold Mabern; Hugh Lawson; Webster Lewis; Danny Mixon; Nat Jones; Sonelius Smith.

Ognuno con un background diverso – dal bop alla fusion, dal soul jazz alla classica – ma tutti uniti da una visione comune: dare voce, attraverso i tasti, a una coscienza musicale collettiva. Non era solo un progetto tecnico, ma una dichiarazione politica e spirituale.

L’album più rappresentativo è sicuramente Handscapes, registrato dal vivo al Public Theater di New York e pubblicato proprio su Strata-East nel 1973. È un disco denso, ambizioso, quasi rituale. L’ascolto ricorda un viaggio: ci sono momenti meditativi, altri travolgenti, passaggi in cui i pianoforti dialogano come se fossero tamburi africani, oppure come cori di voci che si rispondono in eco.

Brani come "Jaboobie's March", "Prayer for Peace" o "The Almoravids" mostrano l’ampiezza dell’universo sonoro che il gruppo riesce a creare: un jazz che è tanto colto quanto spirituale, tanto ancestrale quanto moderno.

L’approccio è spesso percussivo: i pianisti suonano i tasti, ma anche le corde, le tavole armoniche, i legni degli strumenti. Ne esce una musica fisica, organica, a tratti sciamanica, ma sempre guidata da una grande consapevolezza armonica e strutturale.

Nel pieno della crisi delle etichette major, molti musicisti afroamericani trovano in progetti come questo una nuova modalità per autodeterminarsi, sia artisticamente che economicamente. Il fatto che il disco esca su Strata-East – etichetta indipendente, gestita direttamente dai musicisti – non è un dettaglio secondario: è parte integrante del messaggio.

The Piano Choir è, in questo senso, una forma di autogestione sonora: nessuna gerarchia, nessuna star, ma un’organizzazione orizzontale dove la musica nasce dalla somma delle voci, non dall’imposizione di una.

Nonostante l’impatto artistico, il progetto ebbe vita breve. Dopo un secondo volume (Handscapes 2, 1975), la formazione si sciolse e i vari membri tornarono alle rispettive carriere soliste. Ma l’idea che il pianoforte potesse essere strumento collettivo – tanto potente da evocare un intero mondo di memorie, lotte e speranze – resta ancora oggi una delle intuizioni più radicali del jazz post-Coltrane.

In un’epoca in cui il jazz sembrava dividersi tra fusion commerciale e avanguardia intellettuale, Stanley Cowell e i suoi compagni trovarono una terza via: unire comunità, arte, spiritualità e improvvisazione in un’esperienza che non ha equivalenti.

Oggi, The Piano Choir è più attuale che mai. In tempi di collaborazioni digitali, produzioni a distanza e musica liquida, l’idea di un gruppo di musicisti seduti attorno a sette pianoforti acustici, a generare insieme un suono collettivo, ha qualcosa di profondamente umano, quasi utopico.

È un invito a ritrovare il senso dell’ascolto reciproco, della lentezza, della coralità. E soprattutto, è un esempio di come il jazz possa ancora sorprendere, rompere le regole e aprire spazi di senso nuovi.

Stanley Cowell & The Piano Choir non sono solo una pagina affascinante della storia del jazz: sono un promemoria potente di ciò che accade quando i musicisti si liberano dalle convenzioni e si mettono a creare insieme, con fiducia e visione.
Un progetto nato in un tempo difficile, ma ancora capace di parlare al nostro presente, tra tensione spirituale e desiderio di comunità.

Per chi ama il jazz, ma anche per chi cerca musica che sia più di intrattenimento, The Piano Choir è un viaggio da fare almeno una volta. O forse più.


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