Per comprendere Black Radio, bisogna partire da Robert Glasper stesso. Nato nel 1978 a Houston, Glasper si forma in ambito jazzistico ma cresce ascoltando tutto: gospel in chiesa, hip hop in radio, soul a casa con la madre cantante, e poi Herbie Hancock, J Dilla, Stevie Wonder. Il suo talento pianistico è evidente fin dai tempi del conservatorio, ma è la sua visione musicale — ampia, inclusiva, liquida — a distinguersi.
Nel corso degli anni Duemila, Glasper si è imposto come una delle figure più innovative del nuovo jazz. Con Canvas (2005) e In My Element (2007), aveva già mostrato un’eleganza moderna, ma è con Double Booked (2009) che comincia a far convivere due anime: da un lato il jazz acustico, dall’altro un groove elettrico, filtrato dall’hip hop. Black Radio, però, è un passo ulteriore.
Black Radio è un disco che porta il nome di un gruppo – i Robert Glasper Experiment – ma che si presenta come un crocevia di voci. La lista degli ospiti è impressionante: Erykah Badu, Lalah Hathaway, Bilal, Lupe Fiasco, Musiq Soulchild, Chrisette Michele, Ledisi, Meshell Ndegeocello. Ognuno contribuisce a un progetto che è tanto musicale quanto sociale.
Il titolo non è casuale: Black Radio è un omaggio al ruolo che le radio nere americane hanno avuto nella diffusione di una cultura alternativa, nella formazione di un’identità afroamericana orgogliosa e creativa. Glasper rielabora questo spirito, proponendo un disco che non suona come jazz, né come hip hop o R&B in senso stretto, ma come una sintesi fluida e coerente di tutto ciò. Le cover (ad esempio “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana) vengono trasformate, trasportate in un’altra dimensione, tra delay, spoken word e armonie jazzistiche.
Il disco, vincitore del Grammy per il miglior album R&B nel 2013, non è un semplice esperimento di crossover: è una dichiarazione di poetica, un modo di dire che l’identità nera americana può e deve essere multiforme, senza confini rigidi tra generi e linguaggi.
Il successo di Black Radio ha spinto Glasper a proseguire su quella strada. Black Radio 2 (2013) ha ampliato ulteriormente la visione, aggiungendo altri nomi (Common, Jill Scott, Snoop Dogg, Brandy) e arricchendo la palette sonora. Il mood rimane quello di una jam session futurista, dove ogni artista porta la propria voce dentro un universo coeso.
Nel 2022, a dieci anni di distanza dal primo capitolo, Glasper pubblica Black Radio III, con una nuova generazione di ospiti: H.E.R., Gregory Porter, Jennifer Hudson, Esperanza Spalding, Killer Mike. È la conferma che Black Radio è diventato un linguaggio, un ecosistema musicale capace di adattarsi al presente e di parlare a pubblici diversi, mantenendo però una coerenza spirituale: quella del dialogo, del rispetto reciproco, della centralità della cultura nera come matrice creativa.
Oggi, quando si parla di “nuovo jazz” o di “jazz contemporaneo”, il nome di Robert Glasper è spesso al centro. Non solo per il suo stile pianistico, fatto di frasi soul e accordi sospesi, ma per l’approccio. Glasper ha dato legittimità a un linguaggio ibrido, ha mostrato che il jazz può dialogare in modo organico con il rap, con il gospel, con l’elettronica. Ha aperto la porta a artisti come Kamasi Washington, Thundercat, Terrace Martin, Nubya Garcia, e allo stesso tempo ha influenzato cantanti R&B come Anderson .Paak o H.E.R.
Ma ciò che più conta è l’impatto culturale. Black Radio ha reso visibile un modo di fare musica nero, radicale e insieme accessibile. Ha celebrato la collettività, la memoria, la contaminazione. Ha dimostrato che il jazz, ben lungi dall’essere un museo, può essere una forma viva, politica, attuale.
Nel corso del tempo, Glasper ha ampliato il suo raggio d’azione: colonne sonore (The Photograph), produzioni per altri artisti, partecipazioni a festival, residenze live (storica quella all’Blue Note di New York), interventi pubblici sul ruolo dell’arte nella società. Ma Black Radio resta il suo simbolo, la sua firma. Non un’etichetta, ma una visione del mondo.
Oggi, in un’epoca in cui i generi musicali si mescolano continuamente, Glasper appare non solo come un precursore, ma come una guida per la musica afroamericana del presente. E Black Radio continua a essere, a tutti gli effetti, una trasmissione aperta: una voce che parla dal cuore della Black Culture, con il linguaggio complesso e affascinante della libertà.

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